TUSCIA LONGOBARDA

TUSCIA LONGOBARDA

PRESENZE LONGOBARDE NELLA TUSCIA
Da Teodolinda ad Annio da Viterbo – Tracce del mito longobardo nella Tuscia viterbese tra età medievale e moderna

Francesca Ceci, Luca Salvatelli, Gianpaolo Serone

Questo incontro rappresenta il 5 convegno Federarcheo in cui si parla di “Tuscia
longobarda” e in particolare del territorio compreso nella provincia di Viterbo; nel corso dei convegni già tenutisi e con interventi di diversi studiosi, si sono focalizzate dapprima le testimonianze effettivamente longobarde nel territorio in oggetto sulla base dei ritrovamenti archeologici e della documentazione d’archivio, mentre oggi si affronta il “mito” della presenza longobarda in questa zona, mito venutosi a creare tra la fine dell’età medievale e quella moderna.
(fig. 1) Verranno quindi di seguito presentati alcuni dati sulla presenza longobarda nel Viterbese, sia essa reale o soltanto legata a una tradizione orale, ai quali farà seguito un’analisi del celebre “Decreto di Re Desiderio” elaborato dal dotto falsario viterbese Nanni da Viterbo (1432-1502) con la volontà di esaltare e nobilitare le glorie patrie di Viterbo, la cui nascita viene ricondotta all’opera e alla figura, considerata positivamente e degna di gloria, di Desiderio ultimo re longobardo d’Italia.
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1 L. Bellitto, Tuscia Langobardorum e Romana il confine longobardo-bizantino e i principali centri della regione tra il VII e l’VIII secolo, in Atti del II convegno Federarcheo “Le presenze longobarde nelle regioni d’Italia”, Paestum 21 novembre 2009, versione on line www.federarcheo.it/wp-content/uploads/Il-confine-longobardo-bizantino-e-i-principali-centri-della-regione.pdf (2010); F. Ceci, La Tuscia viterbese tra il VI e l’VIII secolo d.C., in Atti del III convegno Federarcheo “Le presenze longobarde nelle regioni d’Italia”, Nocera Umbra 8-9 ottobre 2011 versione on line www.federar-cheo.it/wp-content/uploads/La-Tuscia-viterbese-tra-il-VI-e-lVIII-secolo-d.C.1.pdf (2012).
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Quadro storico
Come è ben noto il territorio del Lazio settentrionale, compreso attualmente nella provincia di Viterbo, ha costituito nel periodo interessato dalla presenza e dalla dominazione longobarda in Italia centrale, una zona di frontiera che segnava il confine – fin probabilmente dal 593 con l’accordo segreto di Agilulfo e papa Gregorio I che consentiva ai Romani il collegamento con Ravenna, e poi a partire dal 605 – tra la Tuscia meridionale longobarda e il Ducato Romano. (Fig. 2)
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Fig. 2 Sull’alto Lazio si vedano: J. Raspi Serra, C. Laganara Fabiano, Economia e territorio. Il Patrimonium Beati Petri nella Tuscia, Napoli 1987; R. Luzi, Eine wahrscheinliche langobardische Siedlung bei Valentano (Prov. Viterbo, Italien). Vorbericht, in Gedenkschrift für Jürgen Driehaus, Mainz am Rhein 1990, pp. 277-285; C. Citter, La frontiera meridionale, in W. Kurze, C. Citter, L’occupazione della Maremma toscana da parte dei Longobardi, in G.P. Brogiolo (a cura di), Città, castelli, campagne nei territori di frontiera. Atti del 5o seminario di Monte Barro. Monte Barro 1994, in Documenti di Archeologia, 6, 1995, pp. 170-186; L. Cimarra, Testimonianze epigrafiche e manufatti altomedievali a Bomarzo, in Biblioteca e Società, 2003, 3-4, pp. 35-40; L. Pesante, L’Alto Lazio nell’Altomedioevo: letture
archeologiche di fenomeni storici, in Biblioteca e Società, 2004, 1-2, pp. 8-17; S. Del Lungo, Topografia e territorio di Sutri dalla Tarda Antichità al Medioevo, in S. Del Lungo, V. Fiocchi Nicolai, E. Susi, Sutri cristiana, Roma 2006, pp. 27-123.
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Non si è mai trattato, però, di un confine definito e invalicabile, bensì di un settore “fluido” modificatosi nel corso di poco più di 200 anni, dove alcuni abitati potevano passare, anche per periodi brevissimi, ora i mano ai Longobardi per poi ritornare al Ducato di Roma. Alcuni di essi sorsero infatti proprio come centri di difesa (poi divenuti Comuni nel tardo Medioevo) lungo la frontiera.
Innegabilmente, la presenza longobarda ha segnato l’organizzazione topografico-politica dell’Etruria meridionale, ma il complesso e mutevole gioco di alleanze, battaglie, sconfitte e vittorie tra Longobardi, il papato e Bisanzio, influenzò profondamente, oltre che dal punto di vista politico-militare, anche la vita quotidiana delle popolazioni. Reciproci influssi e importanti manifestazioni culturali sono infatti evidenti nell’organizzazione del territorio, nella toponomastica e nell’onomastica come nel costume funerario, nell’ambito di un permeabile scambio continuo tra mondo romano e realtà longobarda.

Paolo Diacono (Historia Longobardorum, IV, 8) nomina queste civitates conquistate dai Longobardi e poi riprese da Ravenna ricadenti nel Viterbese: Sutrium, Polimartium, Horta. E’ evidente il ruolo strategico e di confine di questi borghi che vennero presto fortificati e trasformati in avamposti militari, la cui importanza quale baluardo verso Roma è ribadita nel 739 dall’attacco di Liutprando che, mirando a espugnare nuovamente Bomarzo, Orte e Amelia, interessò anche Bieda-Blera. La loro perdita quali civitates allestite a castra rappresentava gravissimo danno per i romano-bizantini, in quanto veniva a interrompere i collegamenti con Ravenna e, tramite Bomarzo e Bieda, arrivava a minacciare direttamente la stessa Roma e i suoi possedimenti nella Tuscia; soltanto nel 742 papa Zaccaria riottiene i centri tramite un negoziato e stabilendo una tregua ventennale. Nel 605 Ferento è occupata dai Longobardi, con conseguente spostamento della sede episcopale a Bomarzo: scavi recenti dell’Università della Tuscia hanno sinora restituito scarsa traccia dell’occupazione, forse attestata da alcune sepolture. (fig. 3)
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3 S. Del Lungo, La toponomastica archeologica della provincia di Viterbo: origine e storia dei nomi di luogo nelle terre del Consorzio di Bonifica della Maremma Etrusca, Consorzio Bonifica Maremma etrusca, Tarquinia 1999.
4 E. De Minicis, D. De Bernardis, T. Patilli, D. Peloso, F. Scaia, A. Spina, Ferento nel Medioevo. Prime acquisizioni dai nuovi settori di scavo, in Daidalos, 10 2010, pp. 241-305; C. Pavolini, A. Villari, E. De Minicis, F. Scaia, Ferento: nuovi dati dallo scavo dei saggi III e V, in L. Mercuri, R. Zaccagnini (a cura di), Etruria in Progress. La ricerca archeologica in Etruria meridionale, Roma 2014, pp. 187-200.
Fig. 3 bis – Ferento medievale
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Va sottolineato che questi centri furono oggetto di contesa anche tra gli stessi re e i duchi longobardi, fatto questo che impedisce di tracciare dei confini territoriali ben definiti. Confini i quali sono riconoscibili solo nella riorganizzazione papale delle diocesi, riproposte anche nell’ambito del territorio longobardo tramite opera di diplomazia tra papato e gli occupanti, che comportò la scomparsa di al Visentium a Castro, Tarquinia a Tuscania, da Ferento a Bomarzo, da Volsini a Orvieto e Bagnoregio. La radicale trasformazione insediativa si evidenzia laddove divengono sedi diocesane i centri di recente costituzione. Fino al 728 il confine longobardo racchiudeva quindi i territori pertinenti a Tuscania, Ferento, Bagnoregio, Orvieto, lasciando al Ducato Romano, nell’attuale provincia di Viterbo, Bieda, Bomarzo, Orte, centri peraltro oggetto di rapide conquiste e altrettanto
rapide restituzioni. Con la donazione – o meglio la restituzione – di Liutprando del 728 di Sutri, seguita poco dopo dall’altra nel 742 di Bomarzo, Bieda, Orclea Ameria, papa Zaccaria negozia anche una pace ventennale con il re.

Nel 742 compare nelle fonti anche il Castrum Viterbii, centro propulsore della futura città che nel pieno Medioevo risulterà centro egemone di tutta la regione. Il centro fortificato era certamente già provvisto di difese prima della metà dell’VIII secolo; non è possibile stabilire se venne utilizzato dai Bizantini come baluardo contro l’avanzata longobarda alla fine del VI o agli inizi del VII secolo. Certo fu sfruttato dai Longobardi, che occuparono Viterbo presumibilmente intorno al 605/606, insieme a Bagnoregio, Orvieto e Ferento e ne fecero una roccaforte che
risulterà di grande importanza, come dimostra il fatto che nel 773 fu utilizzata da Desiderio come postazione fortificata nel tentativo di assalire il Ducato Romano. Il re infatti fortificò, facendone un castello, il colle San Lorenzo, già sede dell’abitato etrusco e poi utilizzato anche in età romana, circondato probabilmente da vari vici che, successivamente riunitisi, diedero origine alla Viterbo medievale. (fig. 4) Il rapido sviluppo del nucleo urbano in epoca longobarda può essere giustificato poi dalla posizione strategica a ridosso del confine tra Regnum e Ducato.

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5 Paolo Diacono, IV, 32
6 Liber Pontificalis, I, p. 492.
7 P. Güll, D. Fronti, G. Romagnoli, F. Wick, Viterbo. Indagini archeologiche 1997-1998: nuovi dati per la topografia urbana e la cultura materiale, in Archeologia Medievale, XXVIII, 2001, pp. 275-294.
8 Per i confini longobardi vedi: G. Signorelli, Viterbo nella storia della Chiesa, I, Viterbo 1907, I, pp. 67-71; F.Schneider, L’ordinamento pubblico nella Toscana Medievale. I fondamenti dell’amministrazione regia in toscana dalla fondazione del regno longobardo alla estinzione degli svevi (568-1268), Firenze 1975, pp. 21-28; E. Zanini, Le Italie bizantine: Territorio, insediamenti ed economia nella provincia bizantina d’Italia (VI-VIII secolo), Bari 1998, pp. 265-268.
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Miti in terra di Tuscia
In tutto il territorio del Lazio viterbese rimangono numerose attestazioni e suggestioni che vogliono ravvisare eredità e presenze longobarde nell’architettura, nell’onomastica e toponomastica, in episodi riferiti a tradizioni orali.
Tra quest’ultimi va menzionata l’incontro a Castel Sant’Elia tra la regina Teodolinda, moglie del longobardo re Agilulfo e Gregorio Magno, per il quale non esiste alcuna testimonianza storica. I lunghi e importanti rapporti epistolari tra la regina di fede cattolica e il papa sono attestati dai Dialoghi tramandati da Paolo Diacono (Historia, IV, 6-8), mentre non vi è menzione di un incontro tra i due, il quale viene invece recepito come effettivamente avvenuto dalla comunità di
Castel Sant’Elia e rievocato annualmente nella basilica dedicata a Sant’Elia, con un suggestivo corteo che dimostra la radicata presenza, nella memoria popolare, della presenza longobarda, considerata come una sorta di “valore aggiunto” all’identità storica di un abitato. (figg. 5-6)


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9 C.M. Paolucci, Pittura rupestre a Castel Sant’Elia nell’Eremo di San Leonardo nei secoli VI-VII, in Bolletino
Telematico dell’Arte, 19 Aprile 2003, n. 319 (www.bta.it/txt/a0/03/bta00319.html); T. Fiordiponti, Castel S.Elia: l’insediamento nell’età medievale attraverso l’esame degli ambienti ipogei e delle strutture murarie superstiti, in Biblioteca e Società, dicembre 2003, pp. 22-34.
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A Sutri nel duomo dedicato a Santa Maria Assunt,a edificato alla fine del XII secolo su un probabile precedente luogo di culto paleocristiano, nella magnifica cripta sottostante con capitelli di reimpiego vi è, su uno di questi, un’iscrizione di fine VIII-inizi IX secolo che nomina Grmvaldvs prb accola, riferibile probabilmente a un religioso (prb, presbiterio?) con un nome di origine longobarda che contribuì (accola?) all’erezione della chiesa; oppure accola potrebbe considerarsi parte del nome stesso, o ancora come “abitante nelle vicinanze”. Altre interpretazioni vedono invece nel Grimoaldus menzionato addirittura il missus inviato da Liutprando nell’ambito della richiesta di restituzione di papa Zaccaria di Blera, Bomarzo, Orte e Amelia già conquistate nel 739, e la menzione del presbitero Accola, che insieme vengono immortalati nella chiesa cittadina come ratifica del trattato di restituzione. (fig. 7) Altre presenze longobarde a Sutri consistono in alcune sepolture longobarde presso l’altopiano di San Vincenzo, databili nella prima metà del VII secolo. Il mitreo di Sutri, trasformato in età medievale nella chiesa di Santa Maria del Parto, è affrescato tra l’altro con la celeberrima scena di pellegrinaggio al Monte Galgano, sacro a San Michele Arcangelo, divinità protettrice dei Longobardi.

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10 Per la presenza longobarda a Sutri e il capitello: S. Del Lungo, La presenza longobarda, in S. Del Lungo, V. Fiocchi Nicolai, E. Susi, Sutri cristiana. Archeologia, agiografia e territorio dal IV all’XI secolo, Roma 2006, pp. 77-94.
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A Barbarano Romano si innalzava vicino al Comune una torre esagonale di 36 metri e detta di Desiderio, crollata con tutto l’archivio negli anni 30 del secolo scorso. (fig. 8)

A Blera, lo storico locale del XIX secolo Fedele Alberti narra nella sua Storia di Bieda città antichissima della Toscana suburbicaria (1822), con drammatica partecipazione, la strage terribile
legata all’assalto di re Desiderio, tanto distruttore che da allora l’abitato si contrasse per più della metà della sua originaria estensione raggiungendo l’attuale misura (fig. 9). Su una finestra con cornice in peperino di un antico palazzo del centro storico compare una impronta di scarpa a rilievo: che si tratti forse della celebre misura del pes leutprandi, uno dei retaggi dell’eredità longobarda nella Tuscia? (fig. 10)

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11 E. Ferracci, Blera, L’area archeologica di Petrolone a Blera (VT). Tra conservazione, ricerca e fruizione, in Il Tesoro delle città, VII, 2011/12, 2013, anche in www.medievale.it/articoli/blera-citta-altomedievale-scavi-localita-petrolon/.Fig. 9 bis – Pianta di Blera
Fig. 10

A Vetralla, entro il confine longobardo, la cripta di San Francesco databile all’XI secolo ma che qualcuno vorrebbe far risalire alla primigenia chiesa di Santa Maria in Valle Cajano (VII-VIIIsecolo), è detta popolarmente longobarda. (fig. 11)

Fig. 11
12 D. Mammone, Gli affreschi della chiesa di San Francesco a Vetralla. La cripta, in Studi Vetrallesi, 5, 2000, pp. 2-9.

A Viterbo, sebbene manchino reali indizi architettonici della fase longobarda, i campanili della chiesa di San Sisto a Vico Quinzano e di Santa Maria della Cella sono correntemente definiti longobardi anche se in realtà databili ben più tardi, e egualmente il raccolto chiostro della chiesa di
Santa Maria Nova, indicato dalla moderna cartellonistica come longobardo, si data come i due edifici precedenti almeno alla fine dell’XI secolo. (fig. 12)
Fig. 12

A Soriano nel Cimino, nelle catacombe presso la chiesa di Sant’Eutizio si tramanda, solo a livello orale, di un sepolto longobardo, forse così considerato per la lunghezza dello scheletro (fig. 13)
Fig. 13

Questi esempi danno conto della radicata presenza longobarda nel Viterbese, dove si fondono – a livello popolare – l’oggettiva realtà storico-archeologica e la tradizione locale che nobilita, tra incontri leggendari e razzie devastanti, centri sì minori ma che giocarono un ruolo di rilievo nella complessa e movimentata situazione geopolitica dell’Italia longobarda. (FC, GS)

Annio da Viterbo e i Longobardi
All’interno della costruzione mitopoietica inerente la presenza e dominazione Longobarda nella terra di Tuscia rilievo eccezionale ebbe la figura del domenicano Annio da Viterbo (1432-1502). (fig. 14)
Fig. 14

«[…] Sopravvennero i Longobardi, i quali anche se afflissero gravemente l’Italia, ebbero tra le cose più care Viterbo, perché era utilissima ai commerci marittimi terrestri e ricchissima di prodotti agricoli […]». In linea con quanto già riportato nella Cronaca di Niccolò della Tuccia (1401-1473/1474), che tralascia completamente il dominio longobardo nella terra di Tuscia, solo queste poche scarne righe incentrate sulla posizione strategica e la fertilità del suolo frate Nanni
spende nella quarta parte dell’Viterbiae historiae epitoma (1491), estratto in sette libri della

Su Annio da Viterbo e il “Decreto” si vedano: J. Rubini, Annio da Viterbo e il Decretum Desiderii. Storie e miti del libero comune viterbese, Viterbo 2012; L. Salvatelli, Annio da Viterbo e i Longobardi, in La Loggetta, 112, 2017, pp. 82-84.
Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, ms Vat. Lat. 6263, ll. 989-991.

supposta e mai sopraggiuntaci Historia Viterbiae, circa tale presenza, che funge nella trattazione storica dell’arco temporale tra il regno Goto e il 1487, crollo della Torre dei Priori, da semplice spartiacque, cerniera tra il dominio dei Bizantini in Italia e quello successivo dei Franchi.
In realtà un primigenio accenno alla presenza longobarda in Etruria era già stato anticipato nell’argomentum della stessa opera. Infatti andando a presentare la tematica delle differenti corruttele toponomastiche presenti nella Tuscia e apportate durante il loro secolare dominio si afferma: «[…] Tutti quei luoghi di cui parleremo sia della nostra città, sia del nostro territorio, sopravvivono con i nomi propri fino ai nostri giorni, sebbene non pochi nomi siano alquanto imbarbariti a causa della lingua gotica e longobardica […]».

Proprio il silenzio sul dominio longobardo risulta la lacuna maggiormente rilevante in tale sintesi anniana, summa che può essere letta come una generale panoramica della storia di Viterbo dalla sua osirica fondazione fino all’evo moderno (1487), alla base della quale è il principio storiografico letterario del vetera sunt vera. In particolare la sua indagine è condotta su codici e testi antichi, sull’osservazione di ruinae e soprattutto sull’analisi di nomi e toponimi, secondo il suo precipuo procedimento dell’argomentum a nominibus, dove si impone e si giustifica la supremazia del nome, in quanto il solo in grado di cogliere direttamente l’atto fondativo delle vicende narrate, e che si rileva essenziale per la storia longobarda di Viterbo.

Tale dominio assume un ben più ampio e approfondito spazio anche sulla base della Vita pontificum (1472-1474) di Bartolomeo Platina (1421-1481)16, nelle sette pagine della raccolta anniana Antiquitatum variarum volumina XVII, anche conosciuta più agevolmente come Antiquitates, uscita a Roma per i tipi di Eucario Silber, innovativa sintesi della storia occidentale, nella quale ruolo centrale svolge Noè/Giano e la sua diretta discendenza e dove Viterbo rifacendosi ai cinque libri delle ellenistiche Historiae di Beroso Caldeo, ne diviene faro di civiltà. (fig. 15)
15 Ibid., ll. 68-71.
16 Bartolomeo Sacchi, Liber de vita Christi ac omnium pontificum, Nuremberg 1485.
17 Giovanni Nanni, Antiquitatum variarum volumina XVII, Romae 1498, ff. 23r-26r.
Fig. 15

Sarà su tali premesse che Annio modellerà l’Editto del doctissimus rex esiderius18, uno dei più discussi falsi della storia, pubblicato per la prima volta all’interno nel De marmoreis tabulis Vulterrhenis (1492-1493)19, traendo in inganno lo stesso Angelo Poliziano (1454-1494), tanto da menzionarlo come autentico in una lettera del 1492-1494 indirizzata a Piero dei Medici. (fig. 16)

18 J. Rubini, Annio da Viterbo e il Decretum Desiderii: teorie e miti del libero comune, Viterbo 2012.
19 Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, mss Chig. I.V. 168, ff. 32v-39r, Chig. I. VI 204, ff. 58r-62r. Per una prima analisi di tale trattato epigrafico si v. R. Weiss, An Unknown Epigraphic Tract by Annius of Viterbo, in C.P. Brand et al. (ed.by), Italian Studies presented to E.R. Vincent, Cambridge 1962, pp. 101-120.
Fig. 16



Stando allo stesso Annio, i frammenti epigrafici, in scrittura pseudo beneventana, dell’emi rota alabastrina contenente l’Editto di Desiderio, furono rinvenuti presso il Vico Paratusso (sic), per l’autore da ricondurre all’antico toponimo di Longula, tra le rovine della torre Damiata, il cui appellativo era riconducibile al demos di Ati, al popolo di Atti, antico sovrano della Lidia padre di Tirrenus, riconosciuto come uno dei fondatori della città nell’Epitoma Virterbiae o almeno così viene riportato nella trattazione filologica e critica all’interno del Liber II, Institutio VII, delle già sopra citate Antiquitates.
Sebbene alla loro uscita, alcuni umanisti italiani, come il conterraneo Latino Latini (1513-1593), e monsignore Vincenzo Borghini (1515-1580), si espressero negativamente circa la veridicità del ritrovamento, polemizzando apertamente contro le scoperte archeologiche di Annio, tuttavia il suo falso fu definitivamente bollato come tale solamente da Ludovico Muratori (1672-1750) nelle Antiquitates Italicae Medii Aevii, quantunque venisse considerato autentico sia nella Storia di
Viterbo del notaio Domenico Bianchi sia in quella di Feliciano Bussi, che formula addirittura sei tesi a favore della veridicità del Decretum. Da menzionare inoltre come ancora nel 1799, all’interno delle Memorie apologetiche in risposta alle opposizioni contro il decreto del re de’ longobardi Desiderio, l’abate Giovan Battista Faure si schierava indiscutibilmente a favore dell’Editto di Desiderio, tanto che la sua posizione risulta altresì ribadita nel suo epitaffio funebre, leggibile sulla
lapide sepolcrale nella chiesa viterbese di San Faustino: «A Gio[///] Battista Fuare [///] romano [///]
20 Giovanni Nanni, Editio Antiquitatum variarum volumina XVII, Paris 1515, ff. XXIII-XXIV.
dottissimo in lettere sacre e profane [///] illustre assertore del Decreto di Re Desiderio […]».
Passando a una veloce analisi del falso anniano, presente nel frammento lapideo del Decretum Desiderii, fin dal suo incipt possiamo comprendere come l’editto sia stato ripartito in tre parti: a) in prima ponit beneficia collata b) in secunda quae contulit tota Tuscia, de cuius desolatione accusabatur c) tertio preparari iubet ab obsistendum Pontifici.
Questa la traduzione del testo latino21, vergato in un unicum apax paleografico, a quel livello cronologico, presente sulla rota: «Dichiariamo nulli i Decreti di re Astolfo22, emanati contro Vetulonia, affinché il lago sia non dei bolsenesi, ma degli abitanti di Vetulonia, perché il grand elago sia proprio parte dell’Italia, perché il loro teritorio un tempo fu detto Italia, per il fatto che fu stabilita come sede di Italo e, affinché la loro Longula, non longobardula, ma dal nome del
benefattore Tirreno chiamiamo Viterbo, e con un solo tratto di mura possa cingere i suoi tre castelli, Longula, Vetulonia e Tirrena, chiamiamo pure Viterbo la Volturrena detta Etruria e tutta la città insieme con i nostri ingrandimenti, così come abbiamo decretato che si dicesse Bagnoregio delle due città di Roda e Civita. Diamo l’autorizzazione di imprimere la legenda FAVL23 sulle monete, purché sia tolto Ercole e sia messo San Lorenzo, loro protettore, così come già si fa in Roma e Bologna. Diamo ordine che vengano restaurate anche Corienta, Dardano, Assi, Forano, Corneto e Toscanella. Noi, per quanto ci riguarda, non siamo i distruttori della Tuscia, bensì abbiamo edificato proprio per voi Vulterreni Calvello, Vico Orchiano, Bagnaia, Barbarano, e Garofalo; per gli Umbri, invece, Ausdonia e Radicofani, per Volterra Rodacomalo, Sergiano di Luni e Pietra Santa, una volta tempio di Feronia, per i Focesi San Gemignano e San Miniato, per i
fiesolani il castello del Mugnone, nel quale abbiamo insediato gli Ariniani, vaganti senza dimora, e i Planti Florentini. Abbiamo fatto più grandi un certo numero di antiche e nobili città e le abbiamo cinte di mura e lo stesso ora facciamo per Lucca, Pistoia, Arezzo, Orvieto e l’Etruria, ora Viterbo.
Della quale se qualcuno avrà offeso il nome e le leggi da noi stabilite sia decapitato o impiccato.
Agire in tal guisa, certamente non è distruggere l’Etruria, come ci accusa presso i Galli (papa)
Adriano, che ha respinto la pace da noi spontaneamente offerta. Per tale motivo a te, Grimoaldo, prefetto di Viterbo24, diamo l’incarico, affinché il tempo di questa incerta pace possa durare, di dare le necessarie disposizioni affinché i soldati della Tuscia siano pronti alle armi, di avere i vettovagliamenti e rifornimenti a disposizione in abbondanza, senza badare a spese, per essere preparati a tener fronte ai nemici, ma anche ad attaccarli senza esitazione […]». Palese emerge

21 la traduzione è dell’autore.
22 In realtà Astolfo dalle fonti risulta essere duca di Spoleto.
23 Anche questa risulta invenzione costituita dalle quattro iniziale delle rocche di Fano, Arbano, Vetulonia e Longula, in quanto mai rinvenuta in documenti epigrafici, archivistici o librari anteriori all’antiquaria anniana.
24 Anche in tal caso siamo di fronte al frutto di falsificazione in quanto i documenti non riportano nessun personaggio
con tale nome riconducibile all’azione politica in Viterbo.
dall’editto la volontà di Annio di sovrapporre, all’antico mitopoietico sostrato etrusco, già
precedentemente costruito e espresso dal medesimo frate, attraverso differenti reperti: quali ad
esempio la Tabula Pipini-Laerthe25

, Cybelica Maeonica26

, la Columna Osiriana27 (tutti esposti a
Viterbo nel Museo Civico “Luigi Rossi Danielli”), ancora una volta trattate diffusamente nel De
marmoreis Volturrhenis tabulis, la matrice e l’impronta longobarda sul castrum Viterbii. Dominio in
grado di ridefinirne una nuova strutturazione e fortificazione modificando e elevando in tal modo il
ruolo di Viterbo, in realtà centro amministrativo minore, semplice castrum del fines Viterbienses,
suddiviso in vici, casalia, come indicato nella documentazione dell’abbazia farfense e nel Liber
Pontificalis nell’anno 742, e a sua volta incluso nella più ampia circoscrizione con centro la civitas
di Tuscania28
.
Per Annio proprio il cambiamento toponomastico dall’originaria Etruria di Tirreno a
Viterbum/Veterbum, crasi di vetus verbum, imposto da re Desiderio rappresenta il nuovo paradigma,
che riassume in sé le molteplici qualità della nuova città longobarda, conservandone però oltre il
suo passato e il suo mito fondativo anche le prerogative dell’imperium e del suffragium che il nuovo
nome vuole necessariamente sottendere.
Per la sua impronta fortemente campanilistica29, il mendace testo del Decretum Desiderii,
così come gli altri falsi anniani30

, teso alla ricerca di una nuova gloriosa identità culturale per la città
di Viterbo, fondato sia sull’encomiastica visione di un’Etruria quale novella Età dell’Oro di esiodica
memoria, sia su un serpeggiante e profondo antiellenismo, godette di fama incontrastata, tanto da
venire non solo conservato presso il Palazzo dei Priori di Viterbo, insieme all’improbabile iscrizione
geroglifica della Columna Osiriana, ma anche espressamente citato nel 1556, all’interno di una
sovramodulata scrittura esposta, all’interno del Ciclo degli uomini illustri nella Sala del Consiglio
del Palazzo Comunale di Teodoro Siciliano, i cui soggetti iconografici a monocromo erano proprio
tratti principalmente dalle Antiquitates e dall’Epitoma Viterbi. (fig. 17)
25 Marmi tardo antichi ricomposti da Nanni per convalidare la dinastia dell’etrusco Laerthe e il suo lungo dominio sulla
terra di Tuscia.
26 Rota epigrafica vergata in greco a ricordo della presunta epifania di Iside nella città in occasione delle nozze Iaso
figlio di Corito; Cfr. A. Carosi, Le epigrafi medievali di Viterbo, Viterbo 1986, pp. 162-164; C. Buzzi, Aggiornamenti
al libro di Carosi sulle epigrafi medievali di Viterbo. Il greco di Annio, pp. 35-48.
27 Si tratta del più avvincente falso anniano, in quanto interpretato come geroglifico egizio inerente la vittoria di
Osiride sui Giganti, come si legge nell’epigrafe in capitale epigrafica apposta nel XVI secolo. In realtà si tratta
dell’assemblaggio di una lunetta con fregio abitato databile al XII secolo e di due rilievi antropomorfi, nei quali già
Pietro Toesca ne aveva riscontrato addentellati con la scultura di età federiciana e di Nicola Pisano.
28 A. Cortonesi, A. Lanconelli, La Tuscia pontificia nel Medioevo (Ricerche di Storia), Trieste 2016, pp.45-66.
29 Il sincero attaccamento alla città di Annio che il Decretum suggerisce è evidente anche dalla supplica a Alessandro
VI Borgia posteriore al 1499, ove citando succintamente le meraviglie archeologiche della città, implora il pontefice
affinché possa essere nominato Conservator della città e del suo patrimonio, cfr. Città del Vaticano, Arch. Segr. Vat.,
AA. Arm. I-XVIII, 5029, f. 188; si v. anche A. Mercati, Comunicazioni antiquarie dall’Archivio Segreto Vaticano, in
Rendinconti della Pontificia Accademia Romana di Archeologia, 29, 1942-1943, pp. 407-433, in particolare pp. 415-
418.
30 A. Pendullà, Annio da Viterbo, il falsario di Dio, in Atlante della Letteratura italiana, I, Torino 2010, pp. 597-603.

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Fig. 17

Ivi, infatti, quale ideale continuatore della missione civilizzatrice nella Tusca terra, iniziata da Noè,
seguita da Ercole Lidio, proseguita da Tarconte, è menzionato Desiderio, re dei Longobardi, duca
della Tuscia o come meglio specificato negli affreschi del Ciclo di Giano/Noè dell’Aula Regia del
1581, tratti dalle stesse Antiquitaes e dal Decretum: «[…] Ultimo dei re dei Longobardi, cinge di
mura Longula, Vetulonia e Volturna e, dall’ antico appellativo di Etruria, ordina che la città sia d’ora
innanzi chiamata Viterbo, pena la morte. Anno Domini 773»31
. (fig. 18)

31 G. Baffioni, P. Mattiangeli (a cura di), Annio da Viterbo. Documenti e ricerche, Roma 1981.

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Fig. 18

(LS)

Didascalie

  1. Locandina dell’incontro Federarcheo di Nocera Umbra 2011 (composizione Agostino Cecchini).
  2. La Tuscia viterbese in età longobarda (Valentano, Museo della Preistoria della Tuscia e della
    Rocca Farnese).
  3. Ferento, gli scavi dell’Università della Tuscia nel settore tardoantico (immagine da
    www.ghaleb.it/eventi_2008_09_13.htm).
  4. Viterbo, il colle del Duomo.
  5. Castel Sant’Elia, chiesa di Sant’Elia, rievocazione storica.
  6. Castel Sant’Elia, chiesa di Sant’Elia, rievocazione storica.
  7. Sutri, capitello di Grimoaldus nella cripta della cattedrale, fine VIII-inizi IX sec.? (dalla
    copertina del libro Sutri cristiana cit. a nota 7).
  8. Barbarano Romano in una cartolina del 1938, con la Torre di Re Desiderio ancora in piedi.
  9. Planimetria dell’abitato di Blera, con indicazione dell’antica estensione (da F. Ceci, A.
    Schiappelli, Blera, Roma 2005).
  10. Blera, Via Roma, blocco con inciso un’impronta di scarpa riusato in una cortina muraria (foto
    Francesca Ceci).
  11. Vetralla, la cripta con colonne di riutilizzo nella chiesa di San Francesco
    (www.canino.info/inserti/tuscia/luoghi/piazze/sfrancesco_vetralla/images/image-7.jpg).
  12. Viterbo, Santa Maria Nuova, il chiostro (da www.viterboartecitta, foto Luigi Torquati)
  13. Sant’Eutizio (Soriano nel Cimino), scheletri nella catacomba (foto Francesca Ceci)
  14. Anonimo del XVIII secolo, Annio da Viterbo, Viterbo, Museo Civico “L. Rossi Danielli”.
  15. Frontespizio de I cinque libri de le antichità de Beroso sacerdote Caldeo. Con lo commento di
    Giouanni Annio di Viterbo teologo eccellentissmo, editore per Baldissera Constantini al segno
    de San Georgio, 1550 (https://archive.org/details/bub_gb_XBhfspGh47QC)
  16. Mezza ruota marmorea attribuita a re Desiderio. Falso di Annio da Viterbo, XV, secolo,
    Viterbo, Museo Civico “L. Rossi Danielli”.
  17. Teodoro Siciliano, 1558, Re Desiderio, Viterbo, Palazzo dei Priori, Sala del Consiglio.
  18. Viterbo cinta di Mura secondo la volontà di re Desiderio, 1551, Viterbo, Palazzo dei Priori, Sala Regia.