DOCUMENTAZIONI BIBLIOGRAFICHE

DOCUMENTAZIONI BIBLIOGRAFICHE

da Studi Etruschi: “Scavi e scoperte”

Pag. 551 = Viterbo. Nella necropoli etrusca in loc. Riello, e precisamente sulle pendici di Poggio Giulivo, sono continuate le ricerche della Associazione Archeologica Pro-Ferento, in collaborazione con la Soprintendenza. È stata interamente scavata la tomba da cui i clandestini avevano asportato negli anni passati i busti di due figure recumbenti su coperchi di sarcofago. Si è visto che i sarcofagi sono cinque, di cui due soltanto hanno i coperchi figurati (che sono stati reintegrati presso il Museo Civico di Viterbo). Nello scavo, che ha interessato anche una tomba situata al disopra della prima, sono stati raccolti un cippo a colonnetta con base scolpita (patera tra delfini) e una ciotola inscritta ( cfr. REE XL, 1972, n,79 [ = cilnia CIE 10493] ). Si sono rinvenute anche alcune deposizioni secondarie di età tarda, intatte. Sono state inoltre ripulite alcune tombe a camera di età tardo-arcaica.

Nel marzo 1972 è stato consegnato al Museo di Viterbo un coperchio di sarcofago, sequestrato in città, segato in sei parti per essere meglio trasportato ed occultato.Vi è scolpita una figura distesa maschile, con mantello e patera, databile al IV sec. a.C. Coperchi simili sono stati rinvenuti specialmente a Norchia. (Giovanni Colonna)

Pag. 457 = Cipollara

Pag. 456-457 = Viterbo. La Società Archeologica  Viterbese “Pro-Ferento” ha continuato gli scavi che da anni, in collaborazione e con l’assistenza della Soprintendenza alle antichità dell’Etruria meridionale, sta conducendo nei pressi della città di Viterbo.

Dopo una vasta e minuziosa indagine topografica, è stata individuata in località Riello una estesa necropoli, originata dalla cittadina etrusca ubicata sul colle di S.Lorenzo. Tale necropoli, pur nella sua compattezza ed omogeneità, si articola in cinque nuclei distinti.

Gli scavi hanno portato alla luce in uno di essi, Poggio Giulivo, oltre trenta tombe del tipo ipogeo sfruttanti la naturale pendenza sella collina tufacea su cinque ordini più o meno paralleli. Sono tombe a camera che rivelano nella struttura ed architettura interne indubbi influssi ceretani. La loro datazione: inizi VI sec. a.C. – I sec. d.C.

Per la gran parte sono state violate in epoca remota; alcune sono servite per riparo ed alloggio alle truppe di Federico II durante l’assedio posto alla città di Viterbo nel 1243; altre sono state usate per abitazioni e per sistemarvi animali d’ogni specie. Da qui la scarsità dei corredi funebri che, pur nella loro limitatezza, rivelano ampi ed intensi scambi commerciali con le città dell’Etruria marittima.

I corredi, per lo più arcaici, abbondano di vasellame locale di impasto, di bucchero e di vasi diversi di provenienza attica sia a figure nere che a figure rosse. Tra l’altro sono stati rinvenuti: una urnetta di terracotta, un foculus di tipo ceretano, un frammento di aryballos globulare in “ faïence”.

In alcune tombe si registra sul finire del VI – inizi del V sec. a.C. una coesistenza del rito della inumazione e della incinerazione.

Casale Merlani. A fronte di questa collina è stata recentemente individuata una nuova necropoli sita nei pressi del casale Merlani. Ciò è stato possibile a seguito di uno scavo clandestino che ha rivelato due tombe con presenza di sarcofagi. Esse sono state scavate con minuziosa attenzione ed hanno restituito scarso, ma prezioso materiale funerario di bronzo e ceramico, oltre a tre iscrizioni che si aggiungono alle due già scoperte negli anni scorsi.

Le tombe sono semplici grotticelle ricavate nel tufo tenero, senza alcun tipo di ornamento, chiuse con pesanti blocchi di peperino. Esse rivelano un allargamento per successive deposizioni. Mentre la prima non ha offerto nulla,  la seconda più grande, si è rivelata molto interessante. Sul lato sinistro mostrava due fosse ricavate ad altezza media nel tufo e ricoperte con lastroni di peperino recanti sul bordo rispettivamente le iscrizioni: VelJur Cuprnies  e  ArnJ  Cuprnies. La prima iscrizione risulta ben curata con ductus preciso e profondo; la seconda è discontinua ed irregolare con tratto incerto e disordinato.

Sul lato destro della tomba era deposto un sarcofago di peperino adorno di varie modanature, con coperchio a doppio spiovente e timpano con patere, umbelicate in rilievo, pertinente certamente al personaggio più importante della tomba, fors’anche al primo fruitore della stessa. Si tratta di una donna, come rivela l’iscrizione posta sul lato destro  della cassa: LarJi Prucnai (si tratta di una lezione errata! Il vero gentilizio è Prucinai).

L’architettura della tomba, la decorazione del sarcofago, il materiale bronzeo e ceramico rinvenuto, la grafia delle lettere inducono a datare il complesso nell’ultimo quarto del IV sec. – primi anni del III sec. a.C.        ( Paolo Giannini )

(Per le tombe di Casale Merlani vedi anche: M.ELENA PIERINI – CESARE MARTINELLI, Ritrovamenti archeologici presso Porta Faul, “Biblioteca e Società”, anno III, n.1, 31 gennaio 1981, pp.15-26; con studio delle tombe e del materiale ceramico e bronzeo ivi ritrovato).

N° 51/1983:

Pag. 422-423 =  Viterbo-Riello. La “Pro Ferento”, proseguendo l’opera a suo tempo intrapresa  in collaborazione con la SAEM per lo studio della zona immediatamente a ridosso delle mura di Viterbo (cfr. St. Etr. XXXIX, 1971, pag. 339/40, 463 (leggasi: 369!);  XLV, 1977, pag. 456/57), ha riportato alla luce una tomba etrusca in località Riello-Poggio Giudio (= tomba K2 o della Bambina).

L’ipogeo, a camera, di forma quadrangolare, con bassa banchina alle pareti, a suo tempo violato, ha restituito diversa ceramica a v.n. e acroma, oltre ad un piccolo sarcofago in peperino (cm. 124 x 54 x 44) con coperchio displuviato. La tomba, scavata nella seconda metà del IV sec. a.C. per deporre nel sarcofago presumibilmente una giovinetta, è stata poi utilizzata entro la prima metà del I sec. a.C.

Sempre nella zona di Riello, ma in località Poggio-Giulivo, è stata ritrovata una tomba a camera con prevalenza di deposizioni ad incinerazione (le olle di grezzo impasto sono state trovate racchiuse nella malta in appositi loculi alle pareti, databile nell’ambito del I sec. d.C. L’ipogeo distrutto nella parete d’ingresso dal passaggio di una ruspa, era ricoperto in ogni sua parte da uno strato di intonaco  ed alle pareti aveva affreschi policromi di diverso soggetto (alberi, riquadri a scacchiera, animali, persone) ed iscrizioni ancora di difficoltosa interpretazione per le deplorevoli condizioni di abbandono plurisecolare.

Nella parete sinistra tuttavia, tra le altre parole, ben distinta si legge, accanto ad una figura umana, la parola OCEANE in belle lettere latine con tratto nero su fondo bianco. La tomba, ripulita dal fango e dal terriccio che vi erano penetrati, è stata chiusa con opere di muratura dalla SAEM in attesa di appropriati restauri.     (G. P.)

Pag. 464 = Viterbo-Poggio Giudio. In collaborazione con la Società Archeologica Viterbese Pro Ferento la SAEM ha ripreso gli scavi nella necropoli posta sulla collina a N della Strada Bagni, immediatamente fuori Porta Faul, in loc. Poggio Giudio.

Oltre alla pulitura delle tombe, ampiamente manomesse da scavatori clandestini e dall’uso improprio nel corso dei secoli, in cui non sono stati evidenziati resti archeologici di alcun genere, si segnala lo scavo della Tomba n. 6 avvenuto nel maggio-giugno 1993. La sepoltura, caratterizzata da un dromos a cielo aperto(lungh. m 6, largh. 0,70-1) e camera funeraria di forma irregolare con 15 deposizioni in fosse scavate nel tufo “a spina di pesce” (5 sul lato sinistro, 8 sul lato destro di cui due appena abbozzate), era preceduta da un ingresso , in parte danneggiato, sottolineato da due semicolonne agli stipiti.

I modesti resti scheletrici rinvenuti, esaminati dal prof. M.Becker della Università di Philadelphia, sono pertinenti a due individui, un maschio anziano e una femmina di età matura, mentre un certo numero di denti raccolti indicano la presenza di due bambini di 5-10-anni, forse sepolti nelle fosse poco profonde. Degli altri inumati non è stata rinvenuta traccia dei corredi funerari; sono rinvenuti numerosi frammenti sia nella terra accumulatasi nel corridoio interno, sia nelle fosse sul lato destro della tomba. Oltre a elementi ornamentali (anelli, vago di collana) e oggetti di metallo (vari frammenti di strigili di ferro, chiodi, borchie, lamine di bronzo e anse di vasi), si segnala la presenza di numerose lucerne, sia acrome sia a v. nera e rossastra, del tipo con corpo globulare più o meno schiacciato, beccuccio a testa di incudine, ansa ad anello, ben attestate in contesti tardo-etruschi, sia del tipo a  volute nonché vari unguentari fusiformi, alcuni piattelli a v.nera con labbro estroflesso, bicchieri a pareti sottili a corpo troncoconico od ovoide, ollette di impasto e frammenti vari di lagynoi.

Oltre a varie monete poco leggibili possibilmente pertinenti alla serie con prora di nave, è da ricordare infine la presenza di un fondo di piatto in terra sigillata italica, una coppa del tipo “megarese” e un asse di Tiberio, che indicano un’utilizzazione della tomba dal III sec. a.C. fino all’inizio dell’Impero.

Nel 1994 è stata ripulita la tomba 7 ad est della precedente, anche essa del tipo “a spina di pesce”, sconvolta dal crollo di tutta la parte anteriore.

Pochi i frammenti ceramici etrusco-romani rinvenuti (a v.nera e in terra sigillata italica): più significativi i materiali rinascimentali, tra cui una singolare fiasca circolare con decorazione vegetale, che attestano la frequentazione della necropoli nei secoli.    (G.B. = Gabriella Barbieri)

EUGENIO SARZANA, Dissertazione critico sepolcrale sopra un paganico monumento scoperto nel poggio d’altri antiche sepolcri detto oggidì il Poggio delle Fornaci presso la Città di Viterbo, Viterbo, 1788. 

Cap.II, p.2.  Detta grotta resta circa a quattrocento passi comuni (=cm 148 o 74?) fuori di Porta Faule al l’occidente del sole sul destro lato della pubblica via, che conduce alle famose Viterbesi Terme, ed a Toscanella. È cavata nel poggio, che lungo essa via sorge, ma che ad essa via è declinante, detto oggi delle Fornaci, perché vi àn le Calcare. Negli andati tempi furonvi osservate e fatte vote di vasi, d’ossa, e d’ogni anticaglia amovibile moltissime altre Sepolcrali Grotte, delle quali tutto il Poggio è cavato; e fin di presente apresso le dette Fornaci adiacenti alla strada vedesene più d’una dentro cui stanno alte dal piano le Nicchie scavate in pietra sì fattamente, che rapresentan la forma, qual suole imprimersi da un corpo morto, che disteso graviti sopra morbida bara; ed a capo di taluna di queste non ancor guasta mirasi similmente in pietra inciso un guanciale, che nel mezzo è incavato quanto dà luogo alla testa del Cadavere,  che vi si aveva a depositare. Ascendendosi il Poggio, si scorge l’ultimamente scoverta, che alla Dissertazione, a cui m’accingo, à dato motivo: e alquanto più sopra ve ne restano altre, donde, come ò detto, dagli Antenati nostri ogni rimasuglio antico fu già rimosso.

Cap.IV, p.5  In tal Poggio dunque è stata scoperta la Sepolcrale Grotta, di cui vengo a trattare…..Perché ora è da far noto, che in questa Grotta dell’indicato Viterbese Poggio tosto che s’entra, non entrasi mica in piano; ma a differenza di tutte l’altre finor  vedute, immediatamente si scende, né già per gradini ma per ripida arenosa piaggia estesa in pendio per 24 palmi di lunghezza (m. 5,36?) , la quale tiene la larghezza della bocca sua di poco più di palmi 3 (=cm.67?), quanto per appunto basta a capirvi un uomo, che vi s’inoltri. Io non entrai per la sua imboccatura; bensì dal piano interno ove stanno le sepolcrali Nicchie v’ascesi a grave stento, che n’uscii con fatica.

Cap.V, p.7   ……..Il varco di questa Grotta è dell’altezza di circa otto palmi (=m. 1,76?), della larghezza di palmi circa a tre, ed è rivolto ad Ostro-Scirocco:  sicché sta in prospetto della publica via, e del fiumicello Alcionio ossia Lincheo, cui essa via è di sponda. Dopo lunga interna piaggia, che serba la stessa altezza, la stessa larghezza, si perviene al piano; lungo circa palmi quindici, largo circa palmi venti; e siccome la Caverna è cavata a volta, così in questo piano essa è nella sua maggiore altezza di circa dieci palmi. Qui dentro a sinistra di chi entra veggonsi quattro cavi fatti nel tufo, e in distanza di palmi tre veggonsi a destra due altri cavi, i quali però in tutto sono sei, dove prominenti posavan l’Urne di creta cotta entro cui furono locati i Morti: con questo di vario per altro, che i quattro cavi alla parte sinistra sono in banchine alte dal piano della Grotta tre palmi, e i due Cavi alla parte destra sono fondi similmente tre palmi dal medesimo piano. Ciascuno di essi Cavi è lungo dalle laterali pareti verso il mezzo dell’antro otto palmi in circa, e largo circa palmi tre. Ne’ detti quattro Cavi a sinistra osservasi, che da un cavo all’altro v’è la distanza di circa mezzo palmo: in quelli poi alla destra stendesi la distanza d’uno dall’altro circa a tre palmi; e intorno alla Grotta gira un canale incavato nello stesso tufo; per raccogliere qualunque scolo. Di più in ogni fondo de’ suddetti cavi verso il prefato Canale vedesi un foramento fattovi ad arte, il  qual comunica con il canale medesimo.

Cap.VI, p.  Per compier ora la relazione, deggio notificare: che dell’Urne, o diciam Casse d’argilla cotta, le quali rabescate nell’anterior parte posavano sopra i descritti Cavi, se ne son trovate due intere, benché ciascuna fin da principio plasmata dal Figulo in due pezzi attesa la molta loro lunghezza, nondimeno con l’incastro nell’estremità d’ammendue questi pezzi, per cui uno è combaciante con l’altro: e tali, e della stessa argilla cotta sono i loro Coverchi. Avendone l’Ecc.mo

Magistrato fatto formare il disegno, di consenso del medesimo mi fu trasmesso a Roma dal diligente cultore della soda filologia e zelantissimo Cittadino Sig. Abbate Giovanni Savini in quel tempo Pro-Segretario della Comunità: ed io poi sul cader del mese di Giugno ebbi la congiuntura di portarmi in persona ad osservar tutto in sé stesso. Ciascuno degli enunciati Coperchi rappresenta un  letto colla sua coltre, ed in ciascuno soprasta giacente la Statua di compostissima Donna elegantemente vestita. Esse due Donne rappresentate in queste due Statue; che sebben di rilievo, tuttavia col coverchio sono una medesima massa di creta cotta; stanno coi busti e colle teste elevate, e apoggiano il sinistro braccio, cui piegano alquanto la persona, ad un grande sottoposto cuscino ben guarnito. Vestite sono di veste talare, che perviene ai loro piedi distesi infino alle estremità di tutto il coperchio, e innoltre sono ornate d’altra sopravveste, che dagli omeri poco più giù ricade della metà delle gambe…. le cui parti laterali, perché non restino totalmente aperte, sono soprapposte, e son ritenute con una cintura affibbiata sul busto. Tengono in capo sopra gli increspati crini un velame appellato da’ Prischi Romani Curcullus, che discende lor per le spalle, e si rivolge di sotto le braccia: e fuori del lembo della prefata veste talare sporgono l’estremità del destro piede, che è nudo. Osservasi altresì, che una di loro à nel dito annulario della sinistra mano l’annello col suo castone, del quale annello non è ornata l’altra, ma è distinta con colori di pittura finor duranti, quantunque pel rivolgimento di tanti secoli vadano oggimai un poco alzandosi e distaccandosi dal plasma. Il sembiante d’ambedue non a tutti assembra esquisitissimo, benché dal Pittore, che n’à ritratto il disegno, sia stato il tutto inteso molto proporzionato ed elegante.

Cap.VII, p.8.  Si sono trovate per terra entro la medesima sopradescritta Grotta ventiquattro Tegole ben grosse e di solida consistenza, ciascuna delle quali circa sei palmi lunga è traforata con quattro fori. Vi si rinvennero alcune tazze, ed altri vasi tutti testacei, tra’ quali uno lagrimatorio, ed una piccola sottocoppa verniciata con sottilissima rosseggiante vernice. Oltre a ciò appresso all’Urne, lunghe quasi otto palmi; come intendesi dal sopraddetto nella descrizione de’ Cavi; fu trovato in terra un bel giglio di perfettissimo bronzo, il cui gambo composto dello stesso metallo è inarcato tanto, che dà luogo ad intromettervi il polso d’un Uomo, ma esso bronzo sì del gambo, come del fiore è impiastricciato di vernice verde, che se in qualche parte sia tolta via, vedesi il bronzo rilucente come oro fino………(segue descrizione dettagliata di questo giglio).

Cap.VIII, p.9.  Finalmente a piena contezza d’ognuno, e affinché ciascuno possa formare i suoi giudizi come gli sembreranno più retti e fo noto, non esservi in questa Grotta trovata veruna Iscrizione, non lettera, non moneta, non medaglia, non geroglifico alcuno, onde poter fissare in qual secolo almeno fosse cavato tal Monumento, o ripostovi qualche cadavero (seguono alcune congetture dell’autore sui motivi della mancanza della suppellettile funeraria).

Sezione III, Cap.XXXI, p.56.  Tutte le Sepolcrali Grotte nell’enunciato Poggio cavate an la fronte rivolta alla pubblica via, lungo la quale esso Poggio si stende………

ANDREA SCRIATTOLI, Viterbo nei suoi monumenti, Roma, 1915-20:

Pag. 378.  Fra i tanti (presso il Vecchio Museo Civico di S.Maria della Verità), noto il ritratto di un vecchietto scarno che indossa la cappa grigia dei canonici di S.Sisto: è Don Eugenio Sarzana, un nobile e colto prete viterbese che pubblicò vari scritti d’indole storica ed archeologica fra i quali Dissertazione critico sepolcrale sopra un paganico monumento scoperto nel Poggio d’altri antichi sepolcri detto oggi il Poggio delle Fornaci presso la Città di Viterbo (Viterbo, 1788).

Il poggio predetto è quello che si vede a destra uscendo da Porta Faul, dove cominciano le alture sulle quali si pensa che sorgesse Surrena Nuova.

Pag. 433.  Le Grotte del Riello. Ritornando in città per la strada che viene dal Monterone e passa fra l’Urcionio e il Bulicame, si giunge alle grotte del Riello che alcuni dicono scavate dagli eserciti di Federico II durante l’assedio posto a Viterbo nel 1243, altri dagli Etruschi per aprirvi tombe,  delle quali si trovano vestigia anche lungo il restante della strada, che tagliata in trincea, conduce fin quasi a Porta Faul. Possono aver ragione gli uni e gli altri giacché il Della Tuccia scrive che, dopo l’insuccesso di uno degli assalti dati alla città dalle milizie di Federico “ l’Imperatore fece bando e comandamento che tutti li suoi uomini si ritirassero alli loro alloggiamenti…. e trovassero legname per edificare case e capanne: la casa sua (dell’Imperatore) fu fatta sopra il poggio d’Aldobrandino, di qua dalla Grotta di Riello e ivi da torno fecero bellissime grotte per stare  più ad ascio (agiatamente)”; e il Sarzana nella sua Dissertazione a stampa (1788) sullo scoprimento di un antico sepolcro in una grotta presso Faul, dice: “detta grotta resta a circa 400 passi fuori di Porta Faul, sul destro lato della via che conduce alle famose viterbesi terme…. è scavata sul poggio che lungo essa via sorge… detto oggi delle fornaci perché vi si fan le calcàre . Negli andati tempi furono osservate e fatte vuote di vasi, d’ossa e d’ogni anticaglia amovibile, moltissime altre sepolcrali grotte, delle quali tutto il poggio è scavato….” e dopo aver descritto l’interno di tali grotte, prosegue: “ facilmente s’intende che di questo poggio i prischi etruschi si servirono a depositarvi i morti loro e che le grotte a tal fine scavate in esso erano ripartite in più ordini…”. Le tombe di Riello autorizzano a credere che un pago etrusco sia esistito, in luogo ben precisato, sulle alture di questo colle, dove poi, stando all’Orioli, sarebbe sorta Sorrena Nuova.   

Pag. 466.  …nella biblioteca comunale ho trovato alcuni vecchi disegni a sanguina rappresentanti i sarcofagi di terracotta che si veggono lungo la parete sinistra di detta navata, sui cui fogli è scritto: Disegni delle Statue Etrusche ritrovate nel Poggio Giudio, fuori della Porta Faul l’anno 1784.

Paolo GIANNINI, “Centri Etruschi e romani dell’Etruria Meridionale” (nuova edizione), pp.59-64

Il primo nucleo che si incontra a poche decine di metri dalla porta FAUL è quello di Poggio Giudìo così chiamato perché destinato nel corso del Medioevo alla sepoltura degli Ebrei (Giudei o Giudii). La parte  più occidentale di esso era chiamata anche Poggio delle Fornaci per la presenza di taluni manufatti che sfruttavano nella loro forma conica le tombe preesistenti e la roccia stessa. Sappiamo che a fine febbraio 1784, vi vennero trovati due sarcofagi di terracotta, simili a quelli della vicina Tuscania, con figura recumbente di donna. Oltre al vasellame di corredo, ricco e vario, venne trovato anche un’ansa di bronzo a forma, si scrisse di giglio Farnese, che dette tanto da discutere sulle eventuali antiche ascendenze della nobile famiglia.

Due sono le tombe più importanti: quella del Portale e la tomba Crescini. La prima si chiama così perché il largo dromos d’accesso termina davanti ad un ingresso scolpito con columen e travicelli in rilievo. Nella parete d’ingresso resta un avanzo delle banchine perimetrali distrutte dall’uso agricolo-pastorale dell’ipogeo ancora colmo di terra e attribuibile agli inizi del V sec. a.C.

La tomba Crescini riveste un particolare interesse per più aspetti: per l’articolazione del dromos d’accesso che fa dell’ipogeo il più difeso d’Etruria, per l’ambiente sepolcrale dipinto, per la quantità di sarcofagi che contiene, per quello che era il ricco corredo, e per avere avuto in alto sulla perpendicolare dell’ingresso una sorta di dado o di edicola funeraria.

Il dromos lungo 18 metri e largo 1,30, dopo un primo tratto a cielo aperto, entra in galleria e qui subito c’è una prima chiusura costituita come tutte le altre da larghe e spesse lastre di peperino; la seconda chiusura si ha dopo cinque metri. Da qui si entra in un piccolo ambiente rettangolare chiuso dalla terza porta (sempre costituita da una lastra di peperino) al centro del quale scende verticale un pozzo rettangolare con pedarole, profonde 12 metri. La tecnica di lavorazione fa ipotizzare che sia stato realizzato in un periodo successivo al primo impianto della tomba. Superata la terza si giunge alla quarta porta che è quella dell’ambiente funerario di forma pressoché quadrata (m. 5,50×5,40) alto al centro m. 2,30.

Tutta la tomba è rivestita di intonaco come la parete esterna dell’ultima porta. L’antica violazione, la penetrazione e lo stagnamento di acqua e fango hanno distrutto del tutto la pellicola pittorica e solo nella parte alta delle pareti in intravedono fasce policrome (rosso, bianco a risparmio, nero) e presso la porta qualcosa che richiama il disegno della Finta Porta.

La tomba ha il soffitto a doppio spiovente dove l’intonaco ricopre e mette in risalta il columen e la larghezza dei travicelli e sul pavimento, al centro, una piccola fossa quadrata.

La deposizione dei morti è avvenuta entro sarcofagi di peperino; ne sono visibili 13 interi ed altri in pezzi, nessuno tuttavia figurato. Tra essi un piccolo cassone conformato ad arca lignea tra i primi ad essere depositato nella tomba la cui datazione ed uso è riportabile alla seconda metà del IV e pieno III sec. a.C.

Tra i frustoli  del corredo, quasi del tutto assente, resti di vasi argentati con protomi plastiche di pistrice e un’ansa di bronzo con placca d’attacco a foglia lanceolata del tutto simile a quella trovata nella tomba I dei Curunas di Tuscania, ma migliore per esecuzione tecnica, spessore  e gusto decorativo.

Entro il dromos sono stati ritrovati in pezzi i resti modanati del naiskos costruito in peperino che lo sovrastava similmente ad altri individuati nella necropoli monumentale di Musarna e che aveva delle parti dipinte.

Un’altra tomba del IV secolo a.C., utilizzata successivamente nel primo cinquantennio d.C., ha restituito, oltre ad un sarcofago di giovane donna, di peperino, a cassa lignea con doppio spiovente, un corredo funebre con molti vasi antropo-zoomorfi. 

Numerosi sono i cunicoli che si aprono a diversi livelli e che sono stati in parte sfruttati successivamente quale ingresso per tombe o tombe esse stesse.

La Società Archeologica Viterbese Pro-Ferento ha effettuato in questa necropoli la pulizia di molte tombe e per la vicinanza alla città di Viterbo sta promovendo la creazione di un Parco archeologico urbano la cui idea ed il progetto sono dell’autore di queste pagine.

Il secondo sepolcreto si addensa a Poggio Giulivo altura contigua alla precedente da cui è separata da un modesto avvallamento dove, forse, un tempo passava una strada.

Qui, più che in altri nuclei, si nota una successione di tombe a camera che dalla fine del VII, arrivano alla fine del I d.C. Dal ciglio della collina si scende con inversione cronologica, alla valle dell’Urcionio, su 6-7 ordini di tombe

Tra queste, più importanti due, appartenenti forse alla stessa famiglia: i Cilnia ben attestata in quel di Arezzo e da cui discese il famoso Mecenate.

Una prima, a rozza camera quadrangolare, con un ambiente superiore (oggi il soffitto crollato), ha offerto due sarcofagi di peperino con figura supina di eccezionale valore artistico ed una iscrizione Cilnia incisa al centro di un piattello a vernice nera; la seconda, anch’essa con sarcofagi con coperchio displuviato, più tardi ampliata a spinapesce, ha permesso il ritrovamento di una iscrizione posta sul lato corto di un cassone:  eca . mutan ) [cil]nas .  larceśa / velJ . avils LIII  “ questo è il sarcofago di Larce, figlio di Velthur  di anni 53”.

Sull’orlo del ciglione tufaceo sono diverse tombe a camera arcaiche (VI e V secolo a.C.) con tetti displuviati, columen in rilievo e banchine alle pareti. In una di esse è stata ritrovata un’urnetta fittile di terracotta per incinerato proveniente da Cerveteri e in un’altra un loculo, sempre di terracotta, che testimoniano i contatti di Surina con la città meridionale di Cere; contatti culturali mediati dal commercio.

Sono queste le tombe che hanno restituito ricchi corredi comprendenti anche kilikes e vasi attici a figure rosse.

Ai piedi della collina, quasi a livello della strada, si vedono nella roccia ricavati dei pseudo-sarcofagi ed una fornace medievale. Poco distante da quest’ultima l’intervento di una ruspa per aprire una strada ha fatto ritrovare una tomba a camera con prevalenza di deposizioni ad incinerazione dove le ceneri dei defunti erano conservate entro olle di impasto murate in apposite nicchie (colombario). L’ipogeo è, in ogni sua parte, ricoperto da uno spesso strato di intonaco ed alle pareti ha affreschi policromi di diverso soggetto (alberi, riquadri a scacchiera, animali, persone) ed iscrizioni di difficoltosa interpretazione per le deplorevoli condizioni abbandono secolare. Nella parte centrale sinistra tuttavia, tra le altre parole, si legge accanto ad una figura umana, Oceane in belle lettere latine con tratto nero su fondo bianco. Materali ed alcune monete data la tomba al I secolo d.C.

Due altri sepolcreti, che vantano tombe di diverso tipo (piccole camere coassiali, banchine, a spinapesce, a nicchia) e cronologia (VI-I a.C.) che ancora non sono stati pienamente studiati, sono ai lati due piccoli altipiani tufacei, tra loro paralleli divisi da terreni coltivati, posti sulla riva sinistra del Riello all’incirca davanti alle stesse grotte. Anche qui il secolare uso agricolo le ha profondamente alterate.

Altri nuclei (VI se. a.C.) si addensano sopra il cosiddetto Fontanile del Boia e nel declivio che arriva fino alle terme dei Papi inframmezzate fa ruderi di terme romane.

Anche nella collina di Riello, a mezza costa, tra il pianoro abitato e le famose grotte vi sono ipogei di difficile datazione che proseguono sul versante, oggi interrotto da una strada e arrivano fino al piazzale delle autolinee Cotral. Alcune di quelle che vengono generalmente definite grotte che si aprono su un luogo tanto frequentato sono tombe a camera del VI secolo a.C. con tanto di tetto displuviato e columen in rilievo.

Tutta la località indicata con il nome di Riello è percorsa da innumerevoli ed intricati cunicoli che sfociano in ambienti più o meno grandi e che si diramano in ogni direzione. La gran parte di essi inizia dalle Grotte di Riello.

Su queste grotte si è troppo fantasticato: alcuni vi hanno visto niente di meno che il luogo segreto del Fanum di Voltumna interpretando erroneamente il fatto (già dubbio), che frate Annio da Viterbo (1432-1502) vi avesse scoperto e letto, a suo tempo iscrizioni etrusche. Molto ha giocato la fantasia a briglia sciolta senza un minimo di aderenza alla realtà.

Le grotte del Riello sono ambienti e cunicoli scavati nella roccia tufacea dagli Etruschi per ricercare, custodire e convogliare le numerose e ricche vene d’acqua affioranti nella zona.

All’interno si presentano come una sorta di labirinto, mai completamento visitato e studiato, dove ai cunicoli franati, ostruiti di terra o allagati si alternano grandi camere e puticoli, alti 20-25 metri, che sboccano sul piano della collina. Mentre alcuni cunicoli entrano nelle viscere della terra per ricercare e abdurre acqua, altri ne escono e, correndo in basso, trasportano il liquido nelle vallate sottostanti. Tali cunicoli-condotti, ricavati ai margini delle colline, tortuosi, e alti in media170-190 cm., larghi non più di 70, sono ancora visibili ed alcune volte funzionanti.

Questo grande impianto permetteva agli Etruschi di disporre dell’acqua per irrigazione nei tempi estivi e siccitosi così come avviene ancora oggi che l’ingresso è stato sbarrato per accumularvi acqua.

La parte iniziale del complesso, difficilmente visitabile, in epoca paleocristiana, venne utilizzata con opportune modifiche dai primi seguaci di Cristo come catacomba; rimangono, infatti, nelle pareti numerosi loculi per la deposizione dei cadaveri.

Con il trascorrere dei secoli e specie dopo le invasioni barbariche questo impianto e la complessa rete idraulica perfettamente conosciuta e curata dagli Etruschi che la costruirono e dai Romani che la ereditarono (sia per conoscenza ed uso), venne abbandonata. I detriti che l’acqua trasportava, lentamente si depositarono sul fondo dei cunicoli e delle camere di raccolta ostruendo il passaggio dell’acqua e operando la chiusura dei condotti. Basta vedere un cunicolo ripieno per rendersi conto di cosa avvenne quando gli abitanti ed i fruitori dell’impianto si dimenticarono di questa grande riserva!

Sul pianoro sovrastante le grotte di Riello vi era uno degli accennati insediamenti sparsi del territorio che forse ha originato i due nuclei di sepolcreti antistanti.

Questo luogo è posto in posizione elevata e ricco, ai suoi piedi, di una grande riserva idrica costruita da decine di sorgenti. Sorgenti che, come accennato, erano conosciute fin dalla Preistoria come testimoniano i numerosi frammenti di vasellame rinvenuti.

Il pianoro è oggi cosparso di frammenti fittili, di tegole, di ceramica varia tra cui molto bucchero. Mentre, sulla superficie, si aprono puticoli di areazione delle sottostanti grotte (20-25 m. di altezza), sul ciglio, tagliato perpendicolarmente, sfociano cunicoli di drenaggio.

Inoltre,, sotto una leggera coltre di humus, si nascondono massi di tufo e di peperino resti di quello che può essere un apparato difensivo e fondamenta di abitazioni.

Il piccolo pagus, assieme all’altro del Duomo (Surina) da cui dipendeva era abitato in prevalenza da agricoltori, pastori e da commercianti; uno dei compiti dei suoi abitanti doveva essere quello di sovrintendere al buon funzionamento del sistema idrico sottostante.

Sempre nei pressi di Porta Faul, a sinistra dell’Urcionio, sul versante  chiamato Casale Merlani, è un sepolcreto del quale tuttavia, non si può definire la consistenza. Qui, dalla Pro Ferento,  sono state scavate due piccole tombe che hanno restituito reperti di estremo interesse. Il primo ipogeo, di forma quadrangolare, ma ingrandito successivamente sul lato sinistro per allestire in fosse nel tufo altre due sepolture, conteneva il primitivo sarcofago femminile in peperino con tracce di colore rosso sulla cassa e sul coperchio. Tre iscrizioni, una sul sarcofago (larJi prucinai) e le altre due (velJur : cuprnies  e  arnJ : cuprnies) sui lastroni piatti di chiusura delle fosse, hanno restituito gentilizi di Surina prima sconosciuti. Si è potuto recuperare anche parte del corredo (ceramica fallisca, a vernice nera, acroma, di impasto e oggetti bronzei) che assegna la costruzione e l’uso della tomba nella seconda metà del IV e primi decenni del III sec. a.C.

Il secondo ipogeo, molto irregolare, ha restituito integri due oinochoai falische dipinte e un kantharos a vernice nera (fine IV-III sec. a.C.).

Proprio negli immediati pressi di questa necropoli si dirama, in direzione sud-occidentale, un reticolo di strade, testimonianza del commercio che univa Surina con il Tirreno e le città meridionali di Veio e Cerveteri. Si Tratta di percorsi lunghi anche 2,5 km. quasi tutti in trincea nel tufo, più o meno profondi, che verso il termine occidentale vengono poi tagliati trasversalmente dalla consolare Cassia pur essa in trincea nella zona di S.Nicolao. La massima profondità, oltre 25 metri, la si ha nella strada Signorino che sembra essere l’asse principale di questi percorsi che hanno diverticoli diversi, alcuni abbandonati da tempo. Oltre la strada del Freddano, si ha la strada Mezzogrosso, Gesù Nazareno, Salamaro, Ponte Sodo e Ponte S.Nicolao. La profondità di alcuni tratti, che anche in pieno giorno sono oscuri e bui (cave buie), ha alimentato nei secoli storie leggendarie che hanno il loro epicentro nella grotta del Cataletto.

Mentre sono ben conosciute le tagliate di Sovana, queste di Viterbo, ben più estese e profonde sono del tutto ignorate.

PIO SEMERIA, Memorie( manoscritte):

Vol. 1, pp.133-137  La mia mossa comincia dalla porta di Viterbo detta di Faul, e m’incammino per  la strada dei bagni, lungo il fiumicello Alcionio. Voi permettetemi che io, cammin facendo, venga  indicando senza uscire dalla strada, alcuni monumenti di antichità, che vi s’incontrano. Siam giunti al poggio detto delle Fornaci1:osservate, com’esso, incominciando dall’Alcionio, è pieno di grotte e di cunicoli2, scavati a diversi ordini fino alla sua cima: esse furono3 sepolcri degli Etruschi, che abitarono in questi luoghi: quindi si veggono nelle loro pareti sarcofagi4 , nicchie, loculi, ove collocavano i cadaveri dei loro defunti, e le diverse suppellettili sepolcrali, che gli Etruschi rinchiudevano, secondo il rito della loro religione, e forse per qualche opinione erronea, che avevano sulla condizione di cui va soggetto l’uomo dopo la morte5  nei sepolcri. Voi sapete che in una di tali grotte furono scoperti nell’anno 1784 i due Etruschi Sarcofagi, che si conservano in questo Palazzo6. Vedete nel sasso che fiancheggia la strada,  indicato tuttora un antico cunicolo? Esso introduceva una volta in quella grotta, che presenta ora un’ampia porta. Questa grotta ha una retrogrotta, in cui si vede uno di quei sepolcri, che furon detti subgrondari7. Noi senza avvedersene siamo entrati in una strada aperta, con un profondo taglio longitudinale del Poggio.  Il taglio è stato fatto in due epoche. Osservate il tufo in alto, e non vi scorgerete più alcuna impressione. dell’Arte. Il tempo o la natura ha cancellato tutte le marche, che vi impresse da principio la mano dell’uomo, ed ha reso il sasso aspro, disuguale, corroso ed incavato qua e là, come si vede nelle rupi di tufo naturali. Questo taglio medesimo, per rendere la strada più agevole, è stato abbassato in seguito, e con tale abbassamento si sono incontrati i cunicoli, che si veggono indicati a dritta ed al piano della strada, all’estremità del taglio. Non mi fermerò ora più a parlare di questi cunicoli, né delle vicine ampie grotte8, fornite di sarcofagi all’interno,  simili a mangiatoie, dei quali ha il suo foro scolatoio, nel del limpido fiumicello che traversa la strada, né della grotta e quasi Labirinto di Riello da cui ha origine lo stesso fiumicello, né dei sarcofagi singolari di questa grotta9, né dei suoi cunicoli a spiragli: ma bisogna fermarsi alquanto a considerare quelle mura e ruderi reticulari di fabbriche antiche, che si esibiscono alla vista di colui che per questa strada si porta ai Bagni: esse si veggono in alto sulla dritta della strada. In questo luogo fu già una Terma o Bagno; e le mura antiche di questo Bagno10 sono nei fondamenti a grandi macigni ed etrusche, ma le sostruzioni sono posteriori o dei tempi Romani.. In queste Terme pertanto si trovano  ____________________________________

nota 1 = Questo poggio è così chiamato dalle Fornaci, che vi sono, le quali in origine furono  grotte sepolcrali, come si riconosce dalle nicchie e dai loculi incavati alle pareti, e dalle altre grotte di quei contorni, che non sono state convertite in uso di fornaci, e che perciò sono meglio conservate. Una tra esse è simile a quelle di Castel d’Asso, fornita di sopragrotta, ornati architettonici e facciata.

nota 2 = Dalla strada opposta, che corre sulla riva sinistra dell’Alcionio [= strada Freddano] si veggono in una sola occhiata molte di queste grotte, tra cui ho osservato anche alcuni cunicoli. Le grotte sono quasi tutte guaste dal tempo e dall’uomo, che l’ha convertite in altri usi, come di fornaci, di stalle etc.

nota 3 = I due Sarcofagi di creta, che furono trovati nell’anno 1784  in una di tali Grotte, sono, come osserva il Sarzana, etruschi, ed antichissimi; e dall’Archivio di questo pubblico Palazzo furono nel 1821 portati nel Gabinetto dell’Accademia, aperto nell’anno medesimo. Gli Etruschi costumavano di seppellire i loro defunti nelle Grotte, nei cunicoli, etc. 

nota 4 = Col nome di sarcofago s’intende un’urna grande, che possa contenere un cadavere umano intero, e non bruciato.

nota  5  =  Le grotte, in cui gli antichi collocarono i loro cadaveri, i cunicoli che incominciano e terminano nelle grotte, la moltitudine dei vasi che furono riempiti di sostanze commestibili e potabili, e di altri utensili, che rinchiudevano nei sepolcri, tutto ciò è indizio, che gli Etruschi credevano, o che anche nei sepolcri le anime custodissero e governassero il loro corpo, oppure che le ombre avessero, per non essere funestate, qualche bisogno di muoversi e di pascersi.

nota  6  = Il Sarzana fece una relazione di questo sepolcro, la quale fu stampata dopo la sua morte, nell’anno 1788.

nota 7  = Quanto a questo sepolcro subgrondario v. pag.541 [ ove così  lo definisce: “Il sepolcro subgrondario fu così detto… per una qualche somiglianza che aveva col nido delle rondini: poiché, siccome un piccolo nido, attaccato sotto le gronde di un tetto, basta per questi uccelli, così un piccolo loculo pasta pel cadavere di un fanciullo”].

nota  8 = Queste grotte hanno servito in qualche tempo per le bestie, ed i sarcofagi per mangiatoie: ma tali sarcofagi non furono fatti da principio per mangiatoie, ed i fori scolatoi per legarvi le bestie. Io ho trovato sarcofagi con fori scolatoi in grotte che non hanno servito mai per le bestie, ed anche l’ho trovati scavati in alto sulle pareti delle grotte.

nota  9 = Questi sarcofagi sono scavati a diversi ordini sulle pareti della grotta, e somigliano in qualche maniera ai ranghi di una scancìa  pei libri.

nota 10 =  Nell’anno 1825 si è scavato ; e si è riconosciuto, che la Fabbrica da principio fu fatta dagli Etruschi, ed in seguito, sopra gli antichi fondamenti fu rifatta dai Romani. Vi sono state trovate colonne do peperino, grandi vasi cilindrici di lava che terminano al di fuori a cono; marmi diversi da impellicciatura, stucchi ed intonachi dipinti.  Vi sono state trovate bagnarole intonacate di calce e rottami di marmi,con musaico  bel fondo a quadrelli di due colori. Questi furono i Bagni di Sorrenia, e Sorrenia fu nome, o di Viterbo, o della contrada, o della famiglia padrona del luogo, giacché non vi si vede alcun indizio di un Castello. La nobile matrona Viterbese Eudossia, che ricevette, quando vennero in Viterbo, i SS. Valentino e Ilario, e die’  loro sepoltura dopo il martirio, era padrona di Sorrenia.

monumenti romani ed Etruschi,  ed eran questi  i Bagni di Sorrenia, noti anche dalle  iscrizioni11 .

Noi siam giunti ad un Bivio; la strada a sinistra è diretta ai Bagni; le altre due conducono, questa di mezzo al Bulicame, quella a destra alle Bussete.

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nota 11 =  Due sono le iscrizioni, in cui si fa menzione dei Bagni Sorrenia; una….fu trovata da Paolo Benigno in Thuscia in Surrenae Thermos; l’altra si vede in marmo incastrato nel muto esterno di Casa Cristofori. Eccola. Il marmo è un rottame, e l’iscrizione non è intera:  C. CAF / IN. BAL / SORR / C. GAVI / PRAE . FA / EX . D.

Vol. 1, pp.331-332. È noto , che nell’anno 1784 al poggio delle Fornaci fu scoperta una Grotta la quale conteneva, oltre altra anticaglia, due sarcofagi di terra cotta con statue giacenti sui coperchi, per cui il Sarzana, che ne fece la relazione, inclina a credere un tal Sepolcro molto antico e triclinare1.

Sullo stesso Poggio,che è tutto forato di antichi  sepolcri, ma più in giù, quindici passi sopra la strada del Bulicame si trova un’ampia grotta (serve presentemente 1821per riporvi la ciancia lavata al sottoposto mulino), da cui si passa in una seconda grotta interna e più piccola, dove si vede un sepolcro subgrondario [vedi nota 7 di pagina precedente].

___________

nota 1 = Gli antichi stavano a mensa giacenti in letti, de’ quali mettevano tre per  mensa, lasciando libero uno dei lati, e ciò si disse triclinium. Le statue giacenti si trovano anche sui sepolcri antichi; come nei sarcofagi trovati alla Cipollata, che si veggono a pianterreno di questo Palazzo Comune; come in due sarcofagi trovati al Poggio delle Fornaci, esistenti nel Gabinetto dell’Accademia. Il Bussi parla di qualche altro simile sarcofago, arricchito di iscrizioni etrusche. Siffatti sarcofagi furono detti triclinari.

VOL. 4, p.479.  Mofeta. È un’aria non respirabile, che soffoca; e perciò senz’avvedersene cade tramortito chi la respira…………Entrando una volta col Sig. Orioli in un cunicolo della grotta di Riello, restai all’improvviso tramortito, non so se per mancanza di aria respirabile, o per aria viziata e mefitica. Il lume, che portavo avanti, si smorzò più volte, benché già fosse  passato il Sig. Orioli col lume acceso e senza soffrire alcun incomodo. Nel ripassare nello stesso luogo, giacché non si poteva altrimenti uscire da quel cunicolo, si ebbe l’avvertenza di sbatter l’aria e dividerla: ciò non ostante io ne uscì a stento e molto travagliato. La mofeta stava in un determinato sito  soltanto del cunicolo.

Vol. 8, p.322.    Grotta del Poggio delle Fornaci. Vi furono trovati i sarcofagi, di cui parla il Sarzana; essa sta poco distante dalla strada, accanto alle Fornaci, dirimpetto ad un olmo. Vicino a questa grotta n’esiste un’altra, per quanto sembra, intatta in terreno del Sig. Tardi. Alquanto più sotto, dirimpetto al molino a olio lavato, in cima al poggio, si trova qualche altra grotta intatta, in oliveto del Monastero di S.Agostino. Questa prima grotta è distante dalla Porta di Faul poco meno di 400 passi, ad un piccolo tiro di sasso dalla strada. In tutti quei contorni vi sono grotte e cunicoli, forse non mai visitate.

M.GALEOTTI, L’illustrissima Città di Viterbo, 2002

Pag. 47.  Voglio ricordare che uno stradello che si apriva a poche decine di metri avanti alla Torre Bove, verso il Riello, veniva detto Strada della Carogna. Francesco Cristofori sul suo periodico Viterbo del 25 Luglio 1905 scrive “ nella carognetta, così detta sotto il poggio così detto delle Fornaci a Faul cemeterio de’ quadrupedi”, era in questo luogo infatti, come visto, che venivano seppellite, sin dalla seconda metà del 1600 intorno al Poggio de’ Giudei, le carcasse dei quadrupedi.

Pag. 51. Il cosiddetto Poggio Giudio, si trova di fronte alle mura che vanno da Porta Bove a Porta Faul. In fatti fin dal XV secolo questo terreno apparteneva agli Ebrei dimoranti in Viterbo, i quali lo utilizzavano per la sepoltura dei loro morti. Il poggio fu acquistato dai Viterbesi nel 1569, col patto di rispettare le sepolture degli Ebrei, essendo questi ultimi obbligati a lasciare Viterbo.

Tra i tanti, nel 1401, fu seppellito il bambino di sette anni Reuben, come testimonia una piccola epigrafe in caratteri ebraici, conservata al Museo civico e ritrovata verso il 1845 in una grotta prospiciente Via del Pilastro, sotto la torre dei monaci di Sassovivo.

L’epigrafe ricorda:

“ Non è stata felice per me la vita.

Amara / a mirarsi è l’amarezza della morte di mio figlio /

la cui pietra tombale è qui . Voglia il mio e il suo

creatore far rivivere / la sua anima, e chiunque cura

il suo ricordo sia benedetto / ora e sempre nel nome

del Signore eterno. Amen. Qui giace l’assennato /

e grazioso Reuben / che possa vivere in eterno / e il suo

ricordo sia in benedizione / figlio di Nethanèl

Chaim, [ un bimbo ] diritto, che è stato piegato

all’età di sette anni nel ( 5) 761”.

(Il nostro 1401.Così la riferisce Attilio Carosi su traduzione di Attilio Milano)

Nel Febbraio 1784 sul poggio furono trovati due sarcofagi di terracotta e, a corredo, vario vasellame etrusco unitamente ad un manico di bronzo. A questi scavi ne seguirono altri, tra cui quelli del 1981 col ritrovamento di altri importanti reperti. Nel 1821, Vito Procaccini scrive: “ Il poggio delle fornaci porta un tal nome perché vi si cuoce in più siti un travertino tartaroso da cui si forma la calce per uso delle fabbriche nelle vicinanze. E siccome la pozzolana soprabbonda per ogn’intorno nei luoghi…….così facilmente si vede composto dovunque un fortissimo cemento…le così dette fornaci sono addette solo a formar calce e non ad oggetto di cuocere mattoni di argilla”.

Pag. 191.  Nella Sala Ia  del Museo Civico di Viterbo. Il sarcofago di terracotta risale al IIo a.C., realizzato a Tuscania, proviene da una tomba scavata Viterbo nel 1784 presso le mura castellane al Poggio delle Fornaci, oggi detto Poggio Giudio.   

Gli EBREI e …..POGGIO GIUDIO

C.PINZI, Storia della Città di Viterbo, Viterbo, 1899, vol.3, p.557, nota 1:

“…..un bando del Comune (di Viterbo) del 29 e 30 maggio 1450 imponeva indistintamente a tutti gli Ebrei di recare sulle vesti…un cerchio di panno rosso…Le donne ebree dovevano  portar ravvolto intorno al capo un velo giallo……Le usure che essi percepivano sul danaro dato a prestito, erano veramente enormi… Contro queste ladrerie…il Comune si rifaceva sugli Ebrei imponendo loro un tributo…; costringendoli ad abitare tutti insieme in un punto determinato della città, detto il Ghetto, ora in valle Piatta, ora presso Piazza Padella, dove dovevano trasportare anche le loro scuole e sinagoghe (Rif. vol. 50, f.8t); a bagnarsi nel solo bagno, chiamato della Regina (Ricordo dei Priori del 1516); a portare ai barbieri, quando si radevano, appositi panni contrassegnati (Rif. vol. 25, f.79); ad avere macelli separati; e infine altre angherie, di cui son pieni gli atti comunicativi di quel tempo”.

G.SIGNORELLI, Viterbo nella Storia della Chiesa, Viterbo, 1940, vol. 2, parte II, pp.220-221, nota 58:

“In Viterbo, per la loro invadenza ed arroganza, già nel 1543 si era vietato che stessero (gli Ebrei) in piazza del Comune e nelle vie maestre (Ricordi Priori, III, p.41); e fu in forza alla citata bolla ( di Paolo IV del 14 giugno 1555), ad essi intimato di sgombrare dalla contrada di S.Biagio, ove avevano dal 1492 la sinagoga (Ricordi Priori, IV, f.30 – Riforme L, f. 8t, 30, 47). Furono relegati in Valle Piatta, segregando quella località con portoni (Ricordi cit.). Il 3 maggio 1558 gli Ebrei di Viterbo e provincia adunati in sinagoga in contr. Valli Piatte, concordavano con la Camera Apostolica la tangente a loro spettante della tassa ad essi applicata (Prot. 6  P.Caparozzi p.17…..).

Dopo il pontificato di Paolo IV però, avendo Pio IV mitigato alquanto le prescrizioni fatte contro di loro (27 febbraio 1562 – M. Bull. Rom. VII, p.6), gli stessi Priori chiesero che potessero gli ebrei tornare all’antico quartiere “per l’ornamento et l’utile di molti cittadini per le case et botteghe che vi hanno” (Citazz. varie); ed in quello stesso anno infatti rientravano anche in possesso della sinagoga in S.Biagio (prot. 3 D.Bianchi p. 40)”.

Idem, pp. 282-283 e nota 37:

“Attese (il card. Gambara) altresì conformemente sempre alle prescrizioni di Pio V… liberando la città dal mercimonio a base  di usura degli ebrei, i quali sottraevano l’onesto guadagno agli agricoltori e ai commercianti viterbesi……Nota 37 = Die’ ordine dapprima di sloggiarli dal luogo dove stavano, troppo centrale; e, di fronte all’opposizione del Comune, meravigliandosene altamente, mentre molti cittadini si erano espressi diversamente, e dubitando che con qualche mezzo gli ebrei si fossero procurati tanto favore, minacciò la scomunica qualora non si fosse obbedito (citazz. varie). Poscia furono obbligati a lasciare la città, vendendo a privati, oltre le case particolari, la sinagoga, acquistata da Ludovico Veltri (consistente in un vestibolo ed uno stanzone a cui si accedeva da scala esterna), non che il terreno ove avevano i loro sepolcri, chiamato ancor’oggi POGGIO GIUDIO (1569 – Prot. 18 P. Caparozzi p. 168, 171). Ciò , del resto, era secondo gli ordini del Papa, che concesse agli ebrei di rimanere soltanto in Roma ed in Ancona (M. Bull. Rom. VII, p. 740)….(altre citazioni). Con speciale breve (10 ottobre 1569) si dichiararono anche estinti i loro crediti dopo 6 anni chiamandoli “avarissimo genere di uomini” (Perg. 874 Com.), ciò che si ottenne a mezzo del Gambara (Letterario  II  p. 22).

Idem, p.308, nota 71:

“Pastor X p.69-70. Notisi invece che si mostrò (Sisto V = 1585-1590) alquanto condiscendente verso gli ebrei, stante l’importanza che essi avevano nell’esercizio del credito e del commercio, permettendo loro di rimanere nello stato ed esercitare il culto nelle sinagoghe (M. Bull.Rom. VIII p. 786). Perciò anche in Viterbo fu loro concesso di abitare e tener botteghe dall’arengo del palazzo de Governatore sino al mercato vecchio (Riforme LXV f. 11).”