STORIA DEL MONASTERO DI S. ROSA

STORIA DEL MONASTERO DI S. ROSA

– SANTUARIO DI S. ROSA

L’ideale francescano di povertà, umiltà, preghiera e amore per i fratelli si diffuse nella Tuscia ed in Viterbo mentre era ancora in vita il beato Francesco.

Così uomini e donne desiderosi di vivere l’alta religiosità francescana per moto spontaneo cominciarono a riunirsi e ad aggregarsi

Ignoriamo, per mancanza di documenti, quale pia donna per prima contattò le altre e in che modo si formò il piccolo gruppo che avrebbe dato vita all’attuale Monastero e come riuscì a procurarsi un’abitazione nella quale vivere la comune esperienza umana e spirituale.

Il primo documento è del 14 dicembre 1235: è la bolla con la quale papa Gregorio IX concede l’ampliamento del già esistente minuscolo complesso e conferma   la Regola a suo tempo da lui scritta per S. Chiara e imposta a tutti i monasteri con il singolare privilegio della povertà.

La Bolla papale esentando il costruendo monastero dalla giurisdizione vescovile ne indica con estrema precisione il luogo: “ in honorem Beatae Virginis Mariae iuxta muros civitatis Viterbiensis in porta quae dicitur S. Marci “ – in onore della Beata Vergine Maria presso le mura della città di Viterbo vicino alla porta che è detta di S. Marco “.

…e il monastero ancor oggi è lì sebbene più grande della prima umile costruzione.

Negli anni che seguirono inizia la sua espansione; per il proprio autosostentamento ha bisogno di terreni attigui  da coltivare e di edifici adatti ad ospitare le altre donne che entrano nella comunità.

Intervengono personalmente i papi Gregorio IX (1238) e Innocenzo IV (1245) che, con l’elargizione di particolari indulgenze, stimolano la generosità dei fedeli  “ob consumationem aedificiorum”: per terminare la costruzione dei modesti edifici iniziati.

Il Comune di Viterbo stesso prende in custodia il monastero tanto da inserire nello Statuto del 1251 apposite rubriche per impedire tra l’altro (… e questo è un aspetto particolarmente interessante legato al presente studio) la discarica di rifiuti ed immondizie nei suoi pressi.

E’ noto quanta ceramica in frammenti venisse in tal modo eliminata!

Nei primi mesi di quello stesso anno una giovinetta viterbese, di nome Rosa, che aveva fatto parlare di sé per il suo cristiano apostolato, chiede di essere accolta tra le sue silenti mura, ma la richiesta non viene accettata.

Muore nella propria, umile abitazione, situata lì vicino, il 6 marzo e viene sepolta nel cimitero della sua parrocchia di S. Maria in Poggio.

Sette anni dopo, il 4 settembre 1258, la sua salma incorrotta e rivestita di Santità entra solennemente nel “suo“ monastero. Quattro cardinali la trasportano sulle loro spalle; papa Alessandro IV, la Curia pontificia, le autorità tutte del libero Comune di Viterbo e il popolo l’accompagnano devotamente in preghiera nel breve tragitto.

Questo grande e coinvolgente evento è all’origine della data della festa di S. Rosa, del trionfale trasporto della sua Macchina e del corteo storico attuali.

L’anno precedente lo stesso Alessandro IV aveva confermato la concessione dell’area del distrutto palazzo dell’imperatore Federico II posta all’interno delle mura cittadine e contigua al Monastero che amplia così la sua proprietà.

Nel 1263 sotto la direzione dell’abbadessa Clara o Clera, 23 monache vivono in clausura.

Sullo scadere del XIII secolo il monastero acquista ai confini del recinto una vigna nella contrada chiamata Moriani; si chiama ancora  di Santa Maria, ma   qualche anno più tardi sarà chiamato di S. Rosa (1309) e conta una trentina di monache che vivono raccolte nella preghiera aiutate esternamente dal Comune di Viterbo e da lasciti, offerte e doni di privati e religiosi cittadini.

Nel corso del ‘3OO il culto di S. Rosa supera i confini della propria città anche e soprattutto per le masse di pellegrini che lungo la via Francigena (l’attuale Cassia) vanno verso Roma: tra loro c’è il santo pellegrino Rocco, l’imperatore Enrico VII ed altri illustri personaggi.

Nel 1357 uno spaventoso incendio si sviluppa nella cappella che custodisce il corpo della Santa: brucia la cassa entro la quale è custodito, bruciano gli abiti che lo rivestono, si liquefanno per il calore gli anelli e i gioielli che l’adornano, ma dalle fiamme il corpo ne esce integro e indenne, solo annerito come lo vediamo.

Alla fine del secolo, purtroppo il complesso monastico per varie cause decade: solo otto monache l’abitano…  

… e dopo un ennesimo incendio, questa volta del monastero, il 20 ottobre del 1410, le cinque suore rimaste vivono nella più squallida miseria.

Trascorrono cinque anni…e si parla di chiuderlo, ma la badessa Chiara Angelini, una donna forte e piena di fede si oppone con forza a tale soluzione specialmente dopo l’apparizione personale di S. Rosa.

Così il monastero sopravvive e con esso la custodia ed il culto di S. Rosa.

Nel 1439 il tratto di mura civiche che delimita il complesso religioso viene restaurato a spese della Camera papale.

Nei decenni seguenti ed in particolare durante l’anno giubilare del 1450 il grande afflusso di pellegrini e devoti, le loro offerte ed elemosine permettono l’ingrandirsi e il rinnovarsi del complesso monastico. Contemporaneamente ad altri fabbricati si costruisce un nuovo dormitorio, si ristrutturano i locali della cucina, si adegua il rifornimento idrico.

Scompare anche il vecchio e ormai angusto Oratorio duecentesco per far posto ad una nuova chiesa preceduta da un armonioso portico a colonne che  si apre su un vasto piazzale d’accesso.

E mentre il più stimato pittore viterbese Francesco d’Antonio detto il Balletta dipinge (1441) per la chiesa un polittico a fondo d’oro – ancor oggi visibile- con

una delle prime immagini di S. Rosa, il grande Benozzo Gòzzoli  ne affresca le pareti con una serie di affreschi che fermano i momenti più importanti della vita della Santa (1453).

E S. Rosa nel 1445 interviene miracolosamente a guarire papa Callisto III (Alfonso Borgia) e a salvare la sua città da una grave pestilenza nel 1476 quando il suo corpo viene trasportato in una solenne processione.

Gli amministratori comunali dicono delle suore: “ vivono santamente e sono di edificazione a tutto il popolo “.

Sarà proprio il Consiglio comunale di Viterbo mezzo secolo dopo  (15 maggio 1512) a  deliberare che il 4 settembre di ogni anno  la festa della Santa cittadina. sia festa civile a tutti gli effetti e le  si renda omaggio con una solenne processione, una luminaria e l’offerta della cera.

Continua intanto la venerazione di imperatori, sovrani, santi e pontefici che visitano il santuario e la sua salma incorrotta.

Nel 1517 le suore di S. Rosa per eliminare ogni dissidio con l’adiacente monastero dei Santi Simone e Giuda concedono allo stesso una parte della antica “piazza dell’Imperatore “

Purtroppo il XVI secolo, registra ancora una forte crisi economica del monastero determinata dal notevole afflusso di monache che arrivano ad essere un centinaio e “ ob defectum helemosinarum – per scarsità di elemosine “.  Il monastero per sopravvivere impegna le proprie argenterie e vende alcuni beni; si sistemano  comunque i dormitori, altri locali e  la chiesa che ha il tetto rovinato, il campanile e campane rotte e fuori uso. Un consistente aiuto viene dato dal Comune di Viterbo con sussidi e contributi.

Ed è lo stesso Comune che sullo scadere del secolo (1596) sollecita e attua, abbatessa suor Dionora Nini,  la fondazione e l’esercizio di una farmacia conventuale  detta “aromataria“ giunta fin quasi ai giorni nostri a vantaggio delle suore e dei cittadini. Vengono fornite le necessarie attrezzature tra cui vasi di maiolica fatti da maestri artigiani all’uso di Faenza.

La crisi continua nei primi decenni del 600 tanto che le suore più attempate vengono autorizzate a chiedere l’elemosina per le vie della città e nelle campagne circostanti! Il monastero conta più di cento suore.

Nel 1612 per ordine del vescovo card. Tiberio Muti si demolisce il portico quattrocentesco antistante la chiesa e tre anni dopo egli ordina ancora che il corpo della Santa fino ad allora rivestito di preziosi abiti civili indossi la tonaca bigio scura propria dell’ordine delle Clarisse.

Nel 1632 i magnifici affreschi del Gòzzoli, già in parte rovinati per le vicissitudini della chiesa, vengono ricoperti da una mano di calce.

Lentamente il monastero riprende vigore. La chiesa è restaurata e  il corpo di S. Rosa  trasportato e custodito in un’apposita e nuova cappella  ( che è quella attuale) mentre nuovi edifici accrescono la capienza del monastero.

Contemporaneamente cresce l’attenzione del Comune di Viterbo nei confronti

della sua Santa; nel 1637 viene commissionata e stampata a spese dell’Amministrazione una biografia in lingua volgare di S. Rosa e negli atti comunali, il 4 settembre 1654, appare per la prima volta il termine “Machina di S. Rosa“ l’ornato e luminoso baldacchino  con l’effigie della Santa che annualmente  viene portato in processione. Trentasei anni dopo si avrà il primo disegno di questa machina.

Intanto giovani e donne di nobili famiglie di Viterbo, della regione e di altre parti d’Italia   e perfino da nazioni estere, assieme a ragazze di umili origini entrano nella clausura di S. Rosa portando con sè spesso un corredo ceramico che le identifica. del quale oggi il monastero ha ritrovato numerosi e consistenti reperti oggetto della presente mostra.

Nel 1661 si acquista e si include nel monastero la vetusta casa natale di S. Rosa; si adempie così una profezia della Santa  riportata nella narrazione manoscritta più antica ( seconda metà del ‘200 ) della sua vita: “ unum ex lateribus huius domus quae permanebit in monasterio meo  – uno dei lati di questa casa rimarrà nel mio monastero “.

Nel 1686 si ottiene il permesso di diroccare due torri della cinta difensiva medievale incluse nel recinto del monastero perché pericolanti.

L’anno prima che il secolo XVII termini (1699) il vescovo Urbano Sacchetti fa costruire d’accordo con il Monastero, l’urna in bronzo dorato con gli angeli d’argento che ancor oggi conserva il corpo incorrotto della Santa.

Nel ‘700 continua la vita tranquilla del Monastero che  lastrica la strada d’accesso alla chiesa e l’amplia in modo da poterne, in basso,  scorgerne la facciata.

Il 6 marzo del 1758 all’interno del monastero si ha l’esplosione del deposito della polvere da sparo utilizzata per i fuochi artificiali e i mortaretti: salta in aria e si incendia una parte di un piccolo portico interno senza che si registrino ulteriori danni al complesso.

L’11 aprile del 1770 il grande musicista Amadeus Mozart di appena 14 anni, in transito per Viterbo con il padre Leopoldo, si ferma a venerare Santa Rosa e ne raccoglie alcune reliquie.

Sul finire del secolo è papa Pio VI che si ferma nel Santuario  mentre viene condotto in esilio in Francia  e l’anno dopo, 1799, a S. Rosa attribuiscono i Viterbesi la vittoria contro i Francesi in uno scontro presso Porta Romana. 

Alcuni proiettili di quella battaglia sono ancor oggi conservati nella casa della

Santa.

Alcuni incidenti mortali avvenuti ( 1801) durante il trasporto della macchina di S.Rosa  motivano la separazione, ancor oggi esistente,  tra la processione religiosa ( 3 settembre ) e il trasporto.

Nel 1810 il convento di S. Rosa non viene confiscato dal Governo filofrancese, ma  viene utilizzato per riunirvi  le suore più anziane, inferme e senza parenti di altri monasteri della città  che sono  chiusi.

Con la restaurazione del Governo pontificio riprende la vita regolare del

monastero che nel 1821 aggiorna la Regola interna per adeguarla ai nuovi tempi.

Nel 1833, due suore di origine inglese, da Viterbo vengono mandate in Scozia a riformare il monastero della città di Glascow.

Un evento particolarmente luttuoso si manifesta nel 1837: un’epidemia di colera si diffonde all’interno della comunità monastica che viene completamente isolata dalla città per motivi precauzionali. Molte consorelle perdono la vita.

Nel 1844 il cardinale Gaspare Pianetti, Vescovo di Viterbo, giudica la chiesa di S. Rosa eretta a metà del ‘400, “ angusta e disconveniente …”. Così, dopo il suo abbattimento, viene ricostruita. Si affida l’incarico all’arch. Vincenzo Federici e   sebbene i lavori non siano terminati, il 24 agosto del 1850 si ha la consacrazione del nuovo tempio con l’attuale facciata.

L’ultimo sovrano temporale dello Stato della Chiesa, Pio IX, nel 1857 visita il Santuario, venera S. Rosa e dopo un cordiale colloquio con le monache consuma un pasto assieme a quattro cardinali in una cella del monastero che, appena 10 anni più tardi, vede violata la sua clausura da parte di alcuni garibaldini della colonna del generale Acerbi in cerca di armi, ma soprattutto di denaro.

L’anno seguente ( 1868) il viterbese Mario Fani dopo una notte di preghiera davanti all’urna della sua  Santa Concittadina matura il proposito di fondare quella che poi sarà l’Azione Cattolica Italiana.

Con la caduta dello Stato pontificio, nel 1873 una consistente porzione di edifici e di terreno viene incamerata dal Regno d’Italia.

Per il rinnovo ed il completamento della chiesa ancora non terminata, nel 1908 viene scelto il progetto dell’arch. Arnaldo Foschini, ma solo il 5 settembre del 1917 si inaugura l’attuale cupola, parte così rilevante del Monastero.

Nel 1919, questa volta una donna, sosta in preghiera per un’intera giornata davanti S. Rosa: è  Armida  Barelli che  così  decide  di  creare  la  Gioventù  Femminile di  Azione Cattolica approvata da papa Benedetto XV  il quale contemporaneamente nomina la Santa Viterbese celeste Patrona della nuova organizzazione cattolica perché “francescana, giovane, laica, propagandista “.

…e se nel 1877 il Comune di Viterbo e il Regno d’Italia avevano deliberato che il Tempio e il Monastero di S. Rosa fosse considerato “monumento patrio “, nel 1924 il Governo italiano dichiara il complesso Monumento nazionale.

Nel 1921 si ha una prima ricognizione scientifica sul corpo intatto di S. Rosa, ne viene prelevato il piccolo, intatto cuore che viene conservato in un prezioso reliquiario donato da papa Benedetto XV.

Nel 1935 per il VII Centenario della nascita – questa era allora la data tradizionale – il venerato corpo di  S. Rosa passa processionalmente per le vie e le piazze antiche  che aveva tante volte percorso  nella sua città  che, appena otto anni dopo, nel corso della seconda guerra mondiale è pesantemente bombardata. Anche il monastero subisce seri danni alle mura civiche del recinto, ad alcune costruzioni limitrofe e all’orto, ma la cappella e la chiesa rimangono intatte e non si registra alcuna vittima.

A seguito di questi avvenimenti alcune suore pur ignorandone il valore storico, raccolgono e conservano numerosi frammenti o vasi interi di ceramica antica che affiorano dalla terra in diversi luoghi del recinto claustrale nel corso di casuali interventi edilizi o durante lavori agricoli e ortivi che, studiati dalla Società Archeologica Viterbese “Pro Ferento”, dopo una prima esposizione nel settembre del 1999, forniranno materiale per la presente mostra.

Nel dopoguerra, papa Pio XII, in occasione del VII Centenario della morte invia una sua personale lettera commemorando S. Rosa (1952 ).

Dieci anni dopo la rottura d’un cristallo dell’urna che racchiude il corpo di S. Rosa offre motivo d’una seconda ricognizione scientifica.

Gli anni che seguono appartengono alla cronaca: nel 1971 si riscatta dal Demanio statale definitivamente il complesso Santuario-Monastero con tutti i suoi beni mobili ed immobili che quasi un secolo prima era stato in parte incamerato dal Regno d’Italia.

Nel l983 Giovanni Paolo II nomina S. Rosa celeste Patrona dei Fiorai e il 27 maggio dell’anno seguente si prostra ai piedi della sua urna e incontra nel Santuario le rappresentanti di tutti i Monasteri di Viterbo.

Nel 1995 Oscar Luigi Scalfaro visita S. Rosa: è la prima volta che un Capo di Stato dalla proclamazione della Repubblica compie tale atto.

 E dal 1995, a cura della Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici del Lazio, si svolgono consistenti lavori di ristrutturazione, restauro e completamento del Monastero di S. Rosa che portano alla scoperta di strutture antiche e confermano  avvenimenti e dati storici. Nel corridoio che unisce il parlatorio con la cappella della Santa sono apparse: una delle antiche finestrelle, la ruota e una porta del XIV secolo oltre alle tracce consistenti del grande incendio del 1357.

Quasi in parallelo si effettua una nuova ricognizione sul corpo della Santa attuata con i più recenti mezzi di indagine scientifica .  E’ da questa ricognizione che  il gruppo di ricerca giunge alle grandi scoperte anatomiche della mummia naturale di S. Rosa e può restituire a Viterbo e al Mondo il volto autentico della Santa.

E come sette secoli fa le pie donne che dettero inizio al Monastero videro alla loro porta la giovinetta Rosa con quel volto umile e buono, le Sorelle moderne, con lo stesso volto, donato dalla Scienza, aprono le porte del Monastero al Millennio che viene…nel nome del Signore.                                                                       PAOLO GIANNINI