EREMO- COLOMBAIO ACQUAROSSA Nell’anno 2014 questo colombario di cui si era persa traccia è stato ritrovato nel corso di alcune ricognizioni sul colle di San Francesco. La Società archeologica viterbeNell’anno 2014 questo colombario di cui si era persa traccia è stato ritrovato nel corso di alcune ricognizioni sul colle di San Francesco. La Società archeologica viterbese “Pro Ferento”, dopo la scoperta ha provveduto direttamente con la collaborazione del proprietario del luogo, a creare ex novo un sentiero nella fitta vegetazione per renderlo fruibile e visitabile. Infatti, la via d’accesso che pur doveva a suo tempo esserci, ricavata addosso alla rupe tufacea è del tutto scomparsa.
Centootto anni sono trascorsi dalla prima annotazione e visita e in questo frattempo, (forse più negli anni immediatamente seguenti la prima documentazione scritta) il monumento ha subito notevoli trasformazioni che lo rendono in parte diverso da come lo ha visto e descritto Luigi Rossi Danielli, più estesa la prima (1902) e molto ridotta la seconda (1959) riportata nella pubblicazione curata dal dr. Luigi Catalano.
La scoperta e breve studio di questo manufatto descritto in un taccuino denso di appunti dell’archeologo Luigi Rossi Danielli, ove è riportata ben precisa, la data del 28 settembre 1902 è del tutto sconosciuto e quindi inedito. Definito Romitorio – colombario ha un interesse del tutto particolare per la storia antica del colle di S. Francesco sede della cittadina etrusca, denominata in seguito “Acquarossa”, a suo tempo riportata alla luce dagli scavi dell’Istituto Svedese di Studi Classici di Roma ai quali prese parte lo stesso re di Svezia Gustavo VI Adolfo. Esso, infatti, sembra dimostrare ancora una presenza umana sul pianoro la cui vita sociale ebbe termine traumaticamente nella seconda metà del VI sec.a.C.aolo Giannini se “Pro Ferento”, dopo la scoperta ha provveduto direttamente con la collaborazione del proprietario del luogo, a creare ex novo un sentiero nella fitta vegetazione per renderlo fruibile e visitabile. Infatti, la via d’accesso che pur doveva a suo tempo esserci, ricavata addosso alla rupe tufacea è del tutto scomparsa. PAOLO GIANNINI
UN PO’ DI BIBLIOGRAFIA E STORIA
Nel 1902, sette anni prima della sua immatura scomparsa Luigi Rossi Danielli, tra l’altroproprietario del grande pianoro di S. Francesco dove si estendeva la cittadina etrusca oggi conosciuta, dopo le diverse campagne di scavo dell’Istituto Svedese di Studi Classici di Roma, come Acquarossa, in una delle sue ricognizioni archeologiche “scoprì” quello che, in tempi recenti, è stato denominato Colombario- Romitorio.
Cinquantasette anni dopo, nel 1959, il dr. Luigi Catalano ebbe l’intuizione ed il merito di riunire e dare alle stampe, studi, appunti e fogli dispersi di Luigi Rossi Danielli al quale era legato da vincoli parentali avendone sposato la figlia Anna.
La pubblicazione, oggi del tutto introvabile, ebbe il titolo di Gli Etruschi del Viterbese ( Tipografia Fratelli Quatrini – Viterbo) e si articolò su due volumi distinti. Nel primo, dedicato soprattutto alle ricerche, scoperte e scavi effettuati nell’area di Ferento e dintorni, alle pagine 162-63 sotto il titolo Colombarii Etruschi è riportata la scoperta ( pur senza data) del settembre 1902.
E’ lo stesso Rossi Danielli che scrive:
Questo genere di tombe venne usato dagli Etruschi raramente e nei più bassi tempi. Sono ampie grotte, rozzamente lavorate, nelle cui pareti sono scavate numerose nicchiette o loculi rettangolari disposti in più ordini, in cui riponevano le ceneri dei defunti racchiuse in piccole olle. E’ comunque opinione che questi etruschi sepolcreti fossero per le famiglie povere che, non potendo da sole farsi un sepolcro, per risparmio ricorrevano a sepolture scavate in comune.
Nelle vicinanze di Ferento ne esistono alcune e principalissima quella che vado a descrivere e si trova a S. Francesco sul greppo che guarda Ferento.
Ha l’ingresso attuale rivolto a Nord. Si accede ad una prima, grotta trapezoidale, grandissima e con volta molto alta. Qui sembra si sia usata anche l’inumazione, giacche un balzolo gira su due lati, uno con loculi 1,90 x 2, per riporvi il corpo intero del defunto, mentre dall’altro lato vi sono 5 o 6 buche per le olle cinerarie. Da questa 1° grotta si accede alla seconda, salendo uno scalino, anch’essa di forma quadrilatera, ma dovette contenere solo cadaveri inumati. Salendo ancora uno scalino si entra in un lungo antro le cui pareti più lunghe sono curvate ad arco, le più corte rettilinee. In fondo si apre una specie di finestra che corrisponde al di fuori sulla cima di alta rupe.
In tutte le pareti sono disposte simmetricamente 5 o 7 file di piccoli loculi (buche) per olle cinerarie.
La volta quasi piana di questo colombario va salendo verso la finestra.
Al termine della descrizione Luigi Rossi Danielli aggiunge a commento una nota del Martha.
“Non si sono potuti distinguere questi due colombari romani non avendone potuto rinvenire alcuno intatto e quindi con il mobilio dell’epoca.” ( Martha).
Accanto è riportata una precisa piantina del singolare monumento: Fig. 115. Vasto colombario etrusco sulla costa di S. Francesco di fronte a Ferento romana.
Questo breve scritto deriva dagli appunti che lo stesso LRD nel 1902 tracciò in un suo taccuino quando ne redasse una sorta di scheda archeologica.
Essa occupa le pagine 292,93,94 di detto taccuino dove le prime due, disegno compreso, sono scritte a matita mentre la terza a inchiostro con una calligrafia netta ed elegante. Prima di comparare i due scritti riportiamo fedelmente il testo dei primi appunti avvertendo che i vuoti stanno per alcune parole non comprensibili. Essi tuttavia non alterano l’esposizione.
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S. Francesco (topografia) 22 settembre 1902
Dal Pianaccio di xxx e proprio al confine Nord della Necropoli di Campo dei Pozzi discende a sinistra dell’attuale una antica strada escavata nel tufo sul declivio della collina da cui sorge S. Francesco. Questa strada si dirigge verso il Nord sempre in discesa fin a toccare il fosso di Piscin di Polvere e lo costeggia fino al Molino dell’Acqua Rossa quasi xxx un diverticolo sembra staccarsi per risalire sul poggio di Pian del Sale seguendo presso a poco l’andamento della attuale carrareccia. Una larga tagliata E-O che sul pianoro di S. Francesco c’indica che la via immetteva direttamente sulla spianata del colle che prospetta Ferento e che è chiusa da un lato dall’Acqua Rossa e dall’altro dal fosso Francalancia. Questo colle mostra tutta l’impronta di essere stato abitato sia per le vie che vi menavano sia per i frequenti rottami di laterizi e residui di costruzioni che vi si trovano. Esso ha figura molto allungata e xxx sin quasi bruscamente a piombo.
Un alto ciglione di rupi lo rendeva inaccessibile di tre lati e l’ultimo lembo di terra è ad arte isolato e fortificato da un’ampia carbonaia che lo divide dal resto del colle. Un’altra stradetta scendeva al sotto posto Prato Campo dalla parte di Levante e prospetta a
Pag.293 S. Cataldo. Dal ciglione di rupi che guarda verso Ferento notai due antichi sepolcri; l’uno il più verso la fine del poggio è una grande e semplice camera quadrilatera 4×3 la cui parte anteriore è ruinata.
L’altro è un po’ più a monte e si compone di tre grotte l’una interna all’altra di cui ho fatto esatto rilievo- in due di esse si praticò l’inumazione la terza più interna è un ampio colombario di 250 o più loculi.
(N.d.a) Al termine dello scritto, a metà pagina, è il disegno della pianta effettuato anch’esso a matita con diverse misure e con la scritta “Colombario”.
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Colombario presso S. Francesco di fronte a Ferento. (Vedi pianta pag. precedente)
Ha l’ingresso (I) attuale rivolto al Nord, questo ingresso dovette essere anche l’antico. Da esso si accede ad una prima grotta trapezoidale, grandissima e con volta a molta altezza dal piano. In essa sembrasi usata l’inumazione, promiscuamente alla cremazione, giacchè un balzolo lasciato nel tufo stesso e che gira sul lato destro e su quello di fronte all’ingresso ha loculi di 1,90 o 200 metri atti a ricevere cadaveri interi e nelle altre pareti si veggono 5 o 6 per vasi cinerari. Da questa prima grotta si accede ad una seconda grotta salendo uno scalino per un’apertura praticata a destra e sulla stessa parete della porta d’ingresso. Anche questa grotta è di forma quadrilatera e dovette contenere cadaveri inumati, come si può arguire dal solito balzolo che corre sul lato sinistro dell’istessa-
Sulla parete opposta all’ingresso si apre l’accesso di una terza grotta rettangolare lunga più che 6 metri, avente i lati maggiori curvati ad arco ed i minori rettilinei. In fondo si apre una specie di finestra, che dovette esistere anche in antico, dato che il modo in cui fu lavorata. Essa corrisponde al di fuori in xxx ad alta ed affacciata rupe che sporge al fronte dell’ingresso principale e guarda le rovine di Ferento sovrastando il fosso dell’Acqua Rossa. In tutte le pareti, sono scavate, simmetricamente su più file, piccoli loculi per urne cinerarie. La volta quasi xxx del colombario va salendo dalla porta verso la suddetta finestra. Di loculi ne contai circa 250 posti su 6 e poi su 7 file.
Il ritrovamento
Nell’anno 2014 questo colombario di cui si era persa traccia è stato ritrovato nel corso di alcune ricognizioni sul colle di S. Francesco. La Società archeologica viterbese “Pro Ferento” tra l’altro fondata nel 1902 dallo stesso Luigi Rossi Danielli, dopo la scoperta ha provveduto direttamente con la collaborazione del proprietario del luogo, l’ing. Raffaele Rocchi, a creare ex-novo un sentiero nella fitta vegetazione per renderlo fruibile e visitabile. Infatti, la via d’accesso che pur doveva a suo tempo esserci ricavata addosso alla rupe tufacea è del tutto scomparsa.
Centododici anni sono trascorsi dalla prima annotazione e visita e in questo frattempo, (forse più negli anni immediatamente seguenti la prima documentazione scritta) il monumento ha subito notevoli trasformazioni che lo rendono in parte diverso da come lo ha visto e descritto Luigi Rossi Danielli.
Leggendo, infatti, le due descrizioni, più estesa la prima (1902) e molto ridotta la seconda (1959), così come è riportata nella accennata pubblicazione curata dal dr. Luigi Catalano si possono fare alcune importanti oservazioni.
Pianta del colombario
I disegni non sono perfettamente uguali.
Nella sua prima stesura (settembre 1902), distribuita in orizzontale, non è presente il disegno di una parete di forma trapezoidale con il riporto di sei file di cellette ben visibile accanto a quell’ambiente che è indicato chiaramente nella funzione della terza camera con la scritta: Colombario.
Manca anche l’indicazione grafica della posizione geografica indicata invece nel II disegno con la tipica freccia e la scritta Nord.
Differenza tra i due disegni.
Nella pianta A (1902) il balzolo della parete frontale interrotto a metà, risulta diviso in due parti distinte mentre nella pianta B (1959) è continuo come ben si nota oggi
Il balzolo della lunga parete destra in A risulta diviso in tre parti:due più meno della stessa grandezza ed una presso l’angolo destro molto più piccolo.
Nella pianta B in questo ambiente nelle due lunghe pareti laterali sono indicate, quasi di fronte, due nicchie rettangolari non rilevate nella pianta A..
Il secondo ambiente in A ha una forma non perfettamente rettangolare cosa che invece è ben precisa e chiara in B.
Trasformazioni
Riguardano soprattutto la prima parte laddove s’apre l’ingresso.
Esse sono dovute all’uso che del piccolo complesso è stato fatto da coloro che forse non lo abitavano, ma certamente lo utilizzavano per adattarlo alle loro esigenze.
In alto, sopra l’ingresso, è stato ricavata una piccola apertura verticale di forma rettangolare che immette luce e aria nella prima grande stanza; ad essa, sulla sinistra, al limite superiore della parete, si affianca una seconda apertura di forma circolare avente la stessa funzione. La presenza di questa apertura che richiama l’ingresso dell’eremo di Poggio Conte (Ischia di Castro) ha determinato l’appellativo odierno appunto di Romitorio.
All’esterno, lungo il fianco destro, nella parete tufacea, appena prima dell’ingresso è stato fatto uno squarcio verticale informe, alto e stretto, che comunica con il secondo ambiente del complesso. del quale non si può intuire una precisa ragione se non sia quella di favorire lo scambio di aria e di luce. Con una certa difficoltà permette comunque il passaggio di una persona.
Vicino ad esso un secondo taglio molto stretto comunque comunicante sempre con il secondo ambiente.
Proprio prima di questo nella roccia compatta si nota inciso a lieve profondità una sorta di quadrato con nella parte inferiore, sempre incisa, una croce latina.
Una nicchietta oggi al livello del suolo è ricavata sul lato sinistro della parete d’ingresso.
Da notare inoltre proprio su ambo gli stipiti dell’ingresso tutta una serie di fori di diversa grandezza e dimensione atti a ricevere e conservare bastoni e/o assi di legno per impedire l’entrata e l’uscita degli animali che vi erano ricoverati.
Sì perché i primi due ambienti sembrano non avere la funzione che il Rossi Danielli attribuiva loro: cioè di camere atte alla sepoltura ad inumazione. E ciò che egli vedeva come ripiani per la deposizione di cadaveri (i cosiddetti balzoli) altro non sono che piani bordati di mangiatoia per animali di una certa stazza: buoi, mucche, cavalli, asini, muli. Per la loro altezza dal piano di calpestìo (da 70 a 90 cm) non sono certo utilizzabili da pecore e/o capre.
E le nicchiette ricavate alle pareti della prima grande stanza non sono per contenere recipienti od olle aventi all’interno le ceneri dei defunti, ma vista la differente asimmetria, grandezza e altezza dal suolo, precari ed estemporanei ripostigli fatti per riporre in sicurezza oggetti e/o cibarie.
Inoltre nella parete interna dell’ingresso a sinistra, in alto, ben si nota una sorta di grande sporgenza circolare lasciata a risparmio nella roccia che ha un foro rotondo; sembra essere il necessario alloggiamento dell’asse verticale di rotazione dello stipite della porta.
Nell’ambiente addetto a colombario nella parete sinistra in basso vicino all’angolo quattro delle regolari nicchiette sono state annullate togliendo i relativi setti divisori verticali e orizzontali.
Ai lati della cosidetta finestra sono tracce di uno strato di cemento che conferma ancora una volta l’utilizzazione in tempi moderni del complesso.
Tutte queste trasformazioni non sembrano esser state viste e “registrate” da Luigi Rossi Danielli-
In tutto il complesso non sono rintracciabili frammenti ceramici o altro che possano fornire una pur minima datazione dell’opera. Solo all’esterno si trovano frammenti più o meno grandi appartenenti a tegole piane evidentemente scivolate in basso dal pianoro superiore dove era l’abitato etrusco.
Oggi il Colombario-Romitorio aperto alle visite di studiosi e turisti è prova tangibile delle trasformazioni che manufatti antichi hanno subito nel corso degli anni ad opera delle genti locali rivelandone con l’uso l’economia del territorio.
Paolo Giannini
COLOMBARIO – ROMITORIO




